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Lavoro

CASSA INTEGRAZIONE/ L’esperto: una riforma ci vuole, ma abolire la Cis farà solo danni

Secondo MARIO MEZZANZANICA, per potere rimodulare la cassa integrazione occorre individuare misure volte alla riqualificazione del lavoratore e al suo ricollocamento

Foto Imagoeconomica Foto Imagoeconomica

Il concetto è semplice. E inquietante: non ci sono soldi. Sarebbe, quindi, utile abolire o sospendere la cassa integrazione straordinaria e ridurre quella ordinaria. A 52 settimane al massimo, magari; facendo decadere il diritto a usufruirne per quei lavoratori che, in questo periodo, rifiutino più di un tot di offerte di lavoro. Detto ciò, il ministro del Welfare, Elsa Fornero, si è affrettata a smentire le ricostruzioni dei giornali. Ha detto che non è sua intenzione procedere in tal senso. Ma che non esclude neanche di farlo. Un copione che ricorda per molti versi quello sull’abolizione dell’articolo 18: il ministro rilasciò un’intervista, disse che se ne poteva discutere, smentì, disse, per placare le polemiche, che non era sua intenzione toccarlo; e, da allora, non ha smesso di studiare un sistema per attuarne il superamento. Prendiamo, quindi, per buone le indiscrezioni: «L’ipotesi ventilata, se attuata senza che contestualmente si mettano a punto altri provvedimenti, di per sé rappresenterebbe una pratica estremamente dannosa», afferma, interpellato da ilSussidiario.net, Mario Mezzanzanica, docente di Sistemi informativi nella facoltà di Scienze statistiche dell'Università di Milano Bicocca. «Il nostro Paese ha tenuto bene sul livello di disoccupazione generale - continua - proprio grazie alla cassa integrazione. Essa, infatti, ha consentito di non licenziare immediatamente il lavoratore, ma di usufruire di momenti di fermo delle attività lavorative attraverso un sostegno economico, nell’attesa che gli scenari economici del mercato potessero far riprendere tali attività».

Di sicuro, ammette Mezzanzanica, il sistema va riformato: «Si possono riconoscere, per un periodo limitato di tempo le esigenze derivanti dalla crisi (senza, magari, prolungare l’incentivo per oltre sette anni come è stato fatto nel caso di Alitalia). Ma, alla politica passiva degli incentivi economici, dovrebbero accompagnarsi politiche attive». Se ne sta, in effetti, discutendo in questi giorni: «Si deve ricorrere, come avviene in tutto il mondo civilizzato, a strumenti per il ricollocamento come forme di riqualificazione o servizi di ricerca del lavoro. Aiutandole i lavoratori la cui professionalità non sia adeguata al riposizionamento nel mercato del lavoro, dando loro, nel frattempo, un sostegno per mantenere la propria famiglia».