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WELFARE/ Cazzola: articolo 18 e contratto unico. Ecco i pro e i contro delle 5 proposte

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– Secondo l’ex ministro, l’articolo 18 non si tocca. Si deve, invece, ipotizzare la creazione di un “contratto prevalente” – una sorta di contratto unico -, della durata massima di 3 anni, finalizzato all’introduzione al tempo indeterminato e al superamento dei contratti a termine.

«Credo che il contratto unico sia un errore.  Anzitutto, le forme di lavoro non sono una quarantina, come di recente sostengono in molti», fa presente Cazzola. «I contratti sono a tempo determinato, indeterminato e di apprendistato. All’interno di queste macrocategorie ci sono delle varianti. La pluralità di rapporti, inoltre, rappresenta una ricchezza, non un elemento distorsivo. La Legge Biagi, del resto, tendeva a regolare in maniera adeguata rapporti che meritavano una regolamentazione specifica».

– Per l’economista, la chiave del nuovo impianto deve essere il Cui, il contratto unico di inserimento, che sostituisca la maggioranza delle forme a termine e che, per tre anni, non fornisca al lavoratore licenziato alcuna garanzia. Al 36esimo mese, se scatta l’assunzione, il lavoratore godrà di tutte le tutele del tempo indeterminato, compreso l’articolo 18.

«Si tratta di un contratto unico di accesso al contratto a tempo indeterminato. Non mi sembra che essere assunti a termine per tre anni nei quali si possa essere licenziati rappresenti la soluzione ai problemi. Tanto più che si tratta, di fatto, di una forma di rapporto in gran parte già esistente».


COMMENTI
09/01/2012 - Meglio affamato che schiavo... (Mariano Belli)

Sono schifato di questi politici che pensano solo a scaricare tutti i problemi sui lavoratori dipendenti, e mi chiedo che senso abbia lavorare se si viene trattati come schiavi, cioè unicamente come strumenti di produzione. Ci andassero loro, i politici, a lavorare come schiavi per un tozzo di pane....politici pronti ad inalberarsi non appena si parla di toccare i loro grassi stipendi. Penso che questa società è giunta alla sua fine, un collasso determinato dall'estrema ingordigia di chi ha già tanto e vorrebbe di più. E la redistribuzione delle ricchezze e dei diritti a questo punto è inevitabile se non vogliamo cadere nel baratro.