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Lavoro

WELFARE/ Cazzola: articolo 18 e contratto unico. Ecco i pro e i contro delle 5 proposte

Per GIULIANO CAZZOLA il contratto unico è un errore; la pluralità delle formule  contrattuali è, infatti, una ricchezza che va mantenuta. Modificando l’articolo 18

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Articolo 18, contratto unico, riforma del mercato del lavoro: archiviata la riforma delle pensioni, sono questi, in materia di welfare, i temi all’ordine del giorno; si tratta adesso di rilanciare lo sviluppo per rendere sostenibile la “fase uno” della manovra Monti. E per far ripartire l’economia. Occorre, quindi, innescare un circolo virtuoso, che accresca, anzitutto, i posti di lavoro. È opinione comune  che non sarà possibile farlo senza eliminare le ingessature che caratterizzano il settore occupazionale italiano. Metter mano a una simile operazione senza destabilizzare l’ordine sociale e i diritti fondamentali di chi lavora è impresa ardua. IlSussidiario.net ha chiesto a Giuliano Cazzola, vicepresidente della commissione Lavoro della Camera, come potersi districare tra le varie ipotesi in campo.

Per l’ex ministro del welfare, il contratto unico, in sostanza, già esiste, ed è rappresentato dall’apprendistato. Al termine di, al massimo, tre anni, in cui il lavoratore deve godere di svariate tutele, l’azienda ha facoltà di decidere se continuare il rapporto o interromperlo. In ogni caso, le condizioni di ogni eventualità andranno discusse secondo una logica di contrattazione, a livello sindacale e aziendale, decentrata.

«La proposta è assolutamente condivisibile», dice Cazzola. «Fa svolgere al contratto di apprendistato la funzione che altri attribuiscono al contratto unico. Manca, tuttavia, di un aspetto importante, che è quello della riforma dell’articolo 18. È presumibile, in ogni caso, che Sacconi si riconosca in quanto era scritto nella lettera di intenti del 26 ottobre in cui, in termini generici, si riportava l’esigenza di rivedere l’articolo sull’aspetto dei licenziamenti di carattere economico».

– Secondo il senatore e giuslavorista, occorre creare un contratto unico a tempo indeterminato, finalizzato all’eliminazione graduale delle forme a tempo determinato. Tale contratto escluderebbe le tutele dell’articolo 18, salvo i casi più gravi. Ma sarebbe da applicare solamente ai neoassunti.

«È indubbiamente una delle prime e più complete proposte che sono state formulate. È, tuttavia, inficiata da una serie di inaccettabili furbizie. Non si può pretendere che la nuova disciplina venga applicata solamente ai nuovi occupati, mentre gli altri continuano ad essere tutelati come sempre. È una forma di captatio benevolentiae nei confronti di chi è già dentro. E che finge che taluni diritti siano acquisiti quando non lo sono». La proposta prevede, inoltre, indennità di disoccupazione per i lavoratori licenziati estremamente alte: il 90% della retribuzione durante il primo anno di licenziamento, l’80% e il 70% rispettivamente nel secondo e nel terzo anno. «Si tratta di una “flexsecurity” all’italiana che non mi convince. Ha un grande appeal comunicativo, ma non è sostenibile».  


COMMENTI
09/01/2012 - Meglio affamato che schiavo... (Mariano Belli)

Sono schifato di questi politici che pensano solo a scaricare tutti i problemi sui lavoratori dipendenti, e mi chiedo che senso abbia lavorare se si viene trattati come schiavi, cioè unicamente come strumenti di produzione. Ci andassero loro, i politici, a lavorare come schiavi per un tozzo di pane....politici pronti ad inalberarsi non appena si parla di toccare i loro grassi stipendi. Penso che questa società è giunta alla sua fine, un collasso determinato dall'estrema ingordigia di chi ha già tanto e vorrebbe di più. E la redistribuzione delle ricchezze e dei diritti a questo punto è inevitabile se non vogliamo cadere nel baratro.