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ARTICOLO 18/ L'esperto: ci vuole più dell'abolizione per creare nuovo lavoro

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Significa che occorre sanare la discrepanza tra domanda e offerta e consentire che, nel corso della propria vita professionale, i lavoratori ricevano una formazione tale per cui possano rimanere appetibili sul mercato. Oggi, inoltre, nonostante la disoccupazione rimanga a tassi molto elevati, l’offerta di lavoro da parte delle imprese che non trova risposta continua a essere altissima.

Perché, in sostanza, in Italia, è difficile trovare lavoro?

Tutto grava sulle spalle del singolo in cerca di lavoro, che è l’unico vettore dell’informazione, senza che vi sia un sistema in grado di supportarlo nella ricerca. Sia all’ingresso che laddove sia costretto a cambiare. Per cui, non è tanto importante parlare della modifica dei contratti, quanto l’esser capaci di rendere quei servizi necessari a un mercato del lavoro connotato da un alto tasso di dinamicità e di mobilità delle persone. Attraverso una rete, ad esempio, che sappia mediare tra la domanda e l’offerta. Sul tema dei servizi per il lavoro, finora, si è investito pochissimo.

Lei, sul fronte legislativo, lascerebbe le cose come stanno?

Non credo che l’articolo 18 sia determinante. Alcuni cambiamenti sul fronte normativo, tuttavia, si possono fare. È possibile migliorare il contratto di apprendistato, e demandare alcune parti della contrattazione al livello locale, per facilitare la partecipazione dei lavoratori alla vita delle imprese.

Quali sono gli ostacoli che frenano il loro sviluppo?

Ci sono, anzitutto, problemi di natura burocratico-amministrativa. Per metter in piedi una piccola azienda occorrono, ad esempio, più di 40 adempimenti. C’è, inoltre, una scarsa propensione da parte del sistema finanziario a sostenere quelle imprese che hanno capacità e idee. Il tessuto socio-economico, infine, è limitato dal fatto che stenta ad essere in grado di esportare all’estero.

Cosa è stato fatto, a oggi, per agevolarle?