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IL CASO/ Italia-Ue, la sfida del merito che può abbattere la disoccupazione

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Guardare sempre alla questione dell’italianità o alla conservazione dei posti di lavoro pubblici o privati, senza pensare al merito e alla creazione di nuovo lavoro, sta provocando il dissesto economico attuale. Ed è proprio questa prassi la causa della crisi di rappresentatività del blocco socio/politico nella parte più sana e dinamica del Paese, fenomeno che induce i nostri partner internazionali a “commissariare” la nostra gestione politica.

Anche il cittadino capisce che, se da un lato si difendono i suoi interessi particolari, dall’altro purtroppo la situazione complessiva si sta deteriorando e le “ricette” attuali non possono portare verso un futuro migliore. Oltretutto questo blocco della conservazione ha il difetto di non far uscire ampie categorie sociali da una zona di relativo comfort, sempre più limitante, impedendo la nascita di un’alternativa reale. In sintesi, se lo Stato o il mio datore di lavoro, mi paga dai 4 ai 7 anni di cassa integrazione, senza che io lavori, perché dovrei trovarmi un’altra attività? E allo stesso tempo, se lo Stato garantisce attività sorpassate perché dovrebbero svilupparsi settori più profittevoli e moderni?

La necessità è condizione irrinunciabile dell’alternativa e la mancanza di credibilità della classe politica rende sempre più stretta la strada del cambiamento. Se invece la triade Politica, Sindacato e Mass Media, si convincesse della bontà di una ricetta meritocratica, abbandonando il tradizionale buonismo, coglierebbe molteplici obiettivi. Innanzitutto ci sarebbero categorie sociali più sane, più indipendenti, più libere, oltre che lavoratori più capaci di autotutelarsi e aziende sane. Secondariamente la stessa economia sarebbe più moderna e dinamica, in grado di approfittare delle opportunità di un contesto internazionale integrato. Meno monopolisti, ma più attori economici consapevoli, meno dipendenti protetti, ma più posti di lavoro. Il Paese avrebbe inoltre un rapporto più costruttivo con i partner internazionali, che ci chiedono, ormai da anni, di fare maggiore attenzione al Merito per essere più simili a loro.

Per quale motivo allora continuiamo a difendere la nostra specificità culturale ed economica, se ci ha portato a essere indebitati, criticati e abbandonati in un mondo sempre più globale e interconnesso? Sarebbe ora di riconoscere l’esigenza di cambiamento e di definire un sistema sociale del tutto nuovo, con lo scopo di avvicinare le nostre modalità a quelle presenti in altri paesi e di soddisfare le richieste delle multinazionali e del settore bancario. Le stesse battaglie per la nostra autonomia e differenza economico/culturale sono controproducenti se non sono supportate da risultati confortanti, né da una reale capacità economica. Le aziende possono investire altrove, i capitali fuggono e a noi rimangono debito pubblico e disoccupazione.

In mancanza di un cambiamento rapido, gli effetti di questa resistenza saranno gravi per il Paese e per la classe dirigente, che perderà credibilità, con grave danno per la democrazia e per il diritto di autodeterminazione di tutti noi.

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