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IL CASO/ Italia-Ue, la sfida del merito che può abbattere la disoccupazione

NICOLO' BOGGIAN spiega che  la crescita del Pil può essere raggiunta non con artifici finanziari, ma con una migliore organizzazione del lavoro e una massiccia introduzione di meritocrazia 

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In questi giorni si è animato il dibattito tra chi vuole un'Italia indipendente da nazioni e istituzioni estere e “padrona in casa propria” e chi contrappone la preoccupazione per una classe politica che stenta a riprendere il controllo della situazione e propende per un'Ue più forte e integrata. In questo contesto di discussione, che contempla problematiche finanziarie di politica estera e di democrazia europea, la meritocrazia è una questione spesso sottovalutata ma basilare per capire la nostra situazione e risolvere molti dei nostri problemi. Il costo della politica, l’evasione fiscale e la corruzione rappresentano questioni che incidono parecchio sul nostro benessere economico e sociale e che inducono l’opinione pubblica a scagliarsi contro le categorie incriminate (politici, evasori e criminali), tuttavia le cause della nostra crisi sono molto più profonde e riguardano la società civile nel suo complesso.

Come ha spiegato mirabilmente il prof. Vaciago nel suo ultimo intervento a Ballarò, già nel 1800 Quintino Sella sosteneva che “il pareggio di bilancio si fa con la tassa sul macinato”: sono i piccoli numeri e le prassi quotidiane, associate alla parte più numerosa della popolazione, a causare lo squilibrio del Paese. Tradotto nel contesto attuale, significa che la crescita del Pil e il contrarsi del debito possono essere raggiunti non con artifici finanziari o arginando gli sprechi di singole categorie, anche se deprecabili, ma con una migliore organizzazione complessiva del lavoro e con un’introduzione massiccia di meritocrazia nell’universo economico, imprenditoriale, bancario e politico.

In poche parole, in ogni Comune, Regione, Ente e organizzazione, poca meritocrazia corrisponde a scarsa crescita e scarsa etica pubblica per il Paese. Secondariamente, la meritocrazia ha un impatto strategico sulle relazioni con i nostri partner politici e finanziari esteri, che come spiega bene il prof. Sapelli, non sono solo ingombranti ospiti che cercano di sottrarci i “gioielli di famiglia”, ma sono stati, sono e - speriamo - saranno in futuro, parte essenziale della crescita del nostro Paese e del miracolo Italiano del Dopoguerra. In sintesi, scarsa meritocrazia significa poca stima e poca fiducia nei nostri confronti da parte banche e stati europei ed extraeuropei. Se continuiamo ad avere modi bizantini e contorti di difendere il nostro orticello, con monopoli, leggi incomprensibili e comportamenti egoistici, difficilmente chi ci ha prestato denaro in passato lo farà ancora e, anzi, vorrà rientrare rapidamente dall’investimento.

In Italia la meritocrazia è spesso sostituita da un forte corporativismo, da forme di regionalismo eassistenzialismo sociale. In particolare, vi è un blocco socio/politico maggioritario, composto dalla classe politica attuale, dal sindacato e dai mass media che sostengono e difendono a ogni costo - alcune volte in buona fede - gli interessi corporativi e di tutela delle maestranze pubbliche, private e imprenditoriali. Nel breve periodo, grazie alla cassa integrazione e ai sostegni legislativi e ai diritti acquisiti a diverso titolo, questo impedisce il fallimento e la disoccupazione, garantendo la cosiddetta tenuta sociale, nel medio-lungo periodo però sta causando una mancata crescita del Pil, l’impossibilità di ripagare il debito e l’esclusione dal benessere di ampie categorie sociali.