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Lasciamo il compito di ricollocare i disoccupati a chi lo sa fare davvero

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Indubbiamente è bene sottolineare che, fino a poco tempo fa, parlare di progetti di sviluppo di ricollocazione professionale in sostituzione o a integrazione dei tradizionali sussidi, era assolutamente impensabile: quindi un piccolo passo avanti è stato compiuto. Ma questo non basta. L’esperienza fatta in questi anni, soprattutto dalle società di outplacement, specializzate nel supporto alla ricollocazione, ha dimostrato - su un target sufficientemente ampio - che il sostegno alla ricerca del lavoro attraverso progetti specifici, ha un effetto positivo nel ridurre il tempo medio di ricollocazione, che si è attestato negli ultimi anni tra i 5 e i 6 mesi per circa il 90% dei soggetti presi in carico.

Questa esperienza positiva è efficace per l’azienda che deve licenziare, per la persona che deve trovare una nuova occupazione, per l’azienda che assume, per lo Stato che incassa le imposte e per le società specializzate che svolgono il proprio lavoro. Inoltre, sta finalmente mettendo in discussione il principio ideologico del sussidio passivo, che vige da tempo immemorabile, e ha contribuito ad aprire un varco, per ora più culturale che normativo, di fondamentale importanza per i soggetti che operano nel mercato del lavoro. In che modo? Indicando - nei fatti - come sia più utile affrontare la fatica di un percorso attivo il cui valore si dimostra ben più elevato per le parti perché riporta nel sistema attivo del lavoro le persone che ne sono fuori.

Questo, però, è solo l’inizio: spetta oggi a tutti gli attori coinvolti promuovere la conoscenza dell’outplacement, difendendo innanzitutto la qualità del servizio, per arrivare ad ampliare un mercato che in Italia è ancora a livello embrionale: basti pensare che, considerando le società iscritte all’Aiso, sono solo 23.000 le persone sostenute in un anno nel loro percorso di reinserimento lavorativo. Circa le Parti sociali, in particolare, riteniamo che occorra un processo di grande maturazione, capace di slegarsi da logiche di breve periodo e di pura erogazione di sostegni economici, per privilegiare invece efficaci strumenti di reinserimento nel mondo del lavoro.

Tutto ciò non può non coinvolgere i responsabili delle politiche pubbliche, che, a nostro avviso, hanno il compito di proporre progetti di sussidio attivo, in grado di condurre a un uso più mirato delle risorse comuni, affiancando maggiormente ai puri strumenti di sussidio passivo strumenti di politica attiva, capaci di contribuire a un sano sviluppo del mercato del lavoro.

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