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PENSIONI/ L'esperto: il buco dell’Inps-Inpdap è solo la punta dell’iceberg

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L’aliquota previdenziale del 33% è suddivisa in due parti. Una è a carico del lavoratore ed è pari a circa l’8,75%, l’altra è a carico del datore di lavoro ed è pari al 24,2%. La prima parte è decurtata dalla busta paga e quindi da questo punto di vista non ci sono problemi. La seconda, però, per i dipendenti pubblici deve essere girata dallo Stato e dalle altre amministrazioni all’istituto previdenziale di competenza. Qualcosa però non ha funzionato, almeno fino a quando nel 1996 l’Ue ha sollecitato maggiore trasparenza nei conti, chiedendo che lo Stato versasse la sua aliquota di competenza alla cassa dei trattamenti pensionistici. Non tutte le amministrazioni locali però l’hanno fatto, e quindi si sono accumulati dei debiti non riscossi da parte di Inpdap che adesso sono venuti a galla. Ma quella emersa è solo una parte del problema.

 

Che cosa ci dobbiamo aspettare ancora?

Si tratta di una vicenda che deve fare riflettere anche sulla gestione della previdenza integrativa. I lavoratori delle imprese private con più di 50 addetti che decidono di lasciare il loro Tfr all’azienda, versano i loro contributi al fondo di tesoreria dell’Inps. Dal 2010 in poi queste somme sono state prelevate per alimentare la spesa corrente dello Stato. Si è trattato di una misura di emergenza, nel contesto di una crisi internazionale, e la Corte dei conti per due anni consecutivi ha messo in evidenza l’anomalia di questi prelievi. Dobbiamo infatti ricordarci che si tratta di somme che devono essere contabilizzate sulla previdenza integrativa, e quindi devono essere ripristinate perché altrimenti rischiamo di alimentare ulteriore debito pubblico.

 

I fondi integrativi dei dipendenti pubblici invece sono al sicuro?

Anche in questo caso esistono diverse situazioni problematiche, per esempio quella di Espero, il fondo dei dipendenti della scuola. Potenzialmente Espero può generare gli stessi squilibri che l’Inpdap ha prodotto sui conti Inps. Lo Stato infatti non versa l’intera aliquota di sua competenza, bensì soltanto una parte, con il tacito accordo che in futuro integrerà la parte mancante. Si tratta di un’altra anomalia, così come quella di altri fondi statali, perché il rischio è che lo Stato si trovi fra 20 o 30 anni a non poter più erogare le pensioni integrative di questi lavoratori.

 

(Pietro Vernizzi)

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