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Lavoro

LAVORO/ Così l'Italia può "liberarsi" dei giovani schizzinosi

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Sicuramente. I paesi con una bassa percentuale di Neet, come ad esempio Germania e Olanda, combinano scuola e lavoro che significa esperienze lavorative già dagli ultimi anni delle superiori. Purtroppo, in Italia formazione e impiego non sono uniti ma in sequenza: dopo il diploma o la laurea i giovani si affacciano sul mondo del lavoro, ma non sanno che strada prendere e faticano a inserirsi adeguatamente.

I giovani con basso livello di scolarizzazione costituiscono una buona percentuale dei Neet. Secondo lei c'è poca propensione ai lavori manuali o è, ancora una volta, un problema formativo?

Entrambe le cose sebbene il problema maggiore è la scarsa valutazione dei percorsi professionalizzanti. Inoltre, c'è un matching carente fra la domanda delle aziende che richiedono personale specializzato in mansioni manuali e artigianali e giovani disoccupati che avrebbero, invece, tutte le competenze per ricoprire questi ruoli. C'è poi un altro grande limite tutto italiano.

Quale? 

Mentre negli altri Paesi a vent'anni i ragazzi vengono abituati a essere autonomi e autosufficienti, quindi naturalmente spinti a integrarsi nel mercato del lavoro, un giovane italiano non è incentivato a cavarsela da solo per l'eccessivo aiuto offerto dalla famiglia di origine. Questo finisce per abituare i giovani a restare a casa sino ai trent'anni e procrastina l'entrata nell'età adulta che, inevitabilmente, diventa sempre più traumatica causando grosse difficoltà di adattamento.

C'è il rischio, piuttosto grave, che i giovani rinuncino a una partecipazione democratica all'interno della società?

Sicuramente sono più incentivati a sentirsi figli che pienamente cittadini e agire democraticamente per cambiare un sistema che fatica a mettere in gioco la loro generazione. Consideriamo, poi, che in Italia non ci sono strumenti e incentivi pubblici: insomma, un sistema di welfare che sostenga l'autonomia dei giovani, proporzionale a un ruolo attivo anche all'interno della società. Dunque, ciò che negli altri paesi i giovani ottengono di diritto, in Italia cade dall'alto, sottoforma di favore, dalla famiglia, vero motore sociale della nazione. Non a caso, abbiamo maggiori vincoli anagrafici di partecipazione come il fatto di poter entrare in Parlamento solo dopo i 25 anni e, in Senato, compiuti i 40. Anzichè considerare i giovani come l'avanguardia del cambiamento e portatori di innovazione nella società e nel mercato del lavoro, li riteniamo soggetti immaturi e da tenere in panchina.

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COMMENTI
24/10/2012 - Formazione lavoro in Germania e Olanda (Moeller Martin)

In Germania e Olanda la scuola e poi l'università si occupano esclusivamente della formazione e non esistono gli istituti tecnici per la formazione di periti, ragionieri o simili. Solo dopo aver terminato gli studi si entra nel mondo del lavoro e di regola il primo impego è come apprendistato (Lehre), che contrariamente all'Italia copre virtualmente ogni tipo di professione e non si rivolge solo ai giovanissimi usciti dopo la 3.media ed all'apprendimento di lavori manuali. L'aspirante apprendista deve quindi riuscire a farsi assumere dove gli viene offerta l'opportunità per imparare il mestiere che ha scelto e dal lato pratico ed a secondo del tipo di lavoro, potrà essere richiesto il diploma di maturità con buoni voti. A titolo di esempio, l'assunzione può essere non solo in una fabbrica con la sua molteplicità di specializzazioni, ma anche da un panettiere, in un ufficio per diventare contabile, o una concessionaria d'auto per diventare venditore e non solo meccanico, presso i pompieri o la polizia, in una banca o presso un comune. All'apprendista spettano 4 ore settimanali per frequentare un corso obbligatorio presso l'ufficio del lavoro. Questo corso non è scolastico ma di complemento e verifica dei progressi dell'apprendimento da parte di un tutor estraneo al datore di lavoro.

 
24/10/2012 - luoghi comuni (Moeller Martin)

Per ridare lavoro e prospettive al 35% dei giovani italiani senza lavoro non basta qualche luogo comune sulla ricerca. Per prima cosa dovremmo chiedersi cosa fare ricercare e a favore di chi, chi pagherà tutti quei ricercatori ma soppratutto, se si può fare ricerca con dei ragazzini e di quanti nuovi assunti stiamo effettivamente parlando. Facendo quattro conti e con un minimo di buonsenso si capisce che i giovani realmente impiegabili nella ricerca sono talmente pochi da risultare statisticamente irrilevanti. Infine l'analisi della formazione riferita agli altri paesi. Il professore Rosina ci espone una versione in linea con il pensiero comune dell'intellighenzia italiana ma non con la realtà. Proverò a fare un secondo commento per una esposizione corretta.