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Lavoro

IDEE/ Il contratto "a termine" che batte il precariato

Il contratto di somministrazione sembra poter svolgere un ruolo importante nel mercato del lavoro. GIUSEPPE SABELLA e PATRIZIA TIRABOSCHI ci spiegano perché

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Secondo una recente indagine condotta dal Centro Studi Datagiovani in esclusiva per Repubblica, negli ultimi otto anni sono raddoppiati gli indici del lavoro “atipico” (preferiamo utilizzare questo termine invece di “precario”) tra gli under 35, passando dal 20% del 2004 al 39% del 2011 e nel primo trimestre 2012 si sarebbe già sfondato il muro del 40%. Un giovane su due con meno di 24 anni è inquadrato con forme di lavoro “atipico”, circa il 23% tra i 25 e i 34 anni, contro percentuali pressoché dimezzate per le classi d’età più mature.

Premesso che a volte la mancata stabilizzazione di un lavoratore è imputabile a proprie responsabilità (vedasi la provocazione tutt’altro che infondata sui giovani schizzinosi), è innegabile che, in questi anni, qualcheduno possa aver abusato di una flessibilità senza molte tutele, che indubbiamente determina una difficoltà da parte delle persone a concepirsi in una logica di continuità di medio-lungo termine, sia per quanto riguarda il lavoro, sia per quanto riguarda anche la costituzione di una famiglia.

Ricordiamo tuttavia che lo scorso anno una ricerca del Crisp (Centro di ricerche dell’Università di Milano Bicocca), condotta nelle regioni del nord Italia, ha mostrato come la mobilità delle persone è sempre più crescente, indipendentemente dalla tipologia contrattuale utilizzata per la regolarizzazione del rapporto di lavoro. La durata media per le assunzioni con contratti a tempo determinato è pari a 6 mesi circa; per il tempo indeterminato è pari a circa 14 mesi il tempo medio presso il medesimo datore di lavoro. Se, quindi, il contratto a tempo indeterminato ha una durata media di 14 mesi, è evidente come non si tratti più, per contesto economico mutato, di contratto di lavoro il cui termine è il raggiungimento dell’età pensionabile. Ma non lo è mai stato nemmeno nella sua definizione. Per questo è utile non confondere flessibilità e precariato.

Come la flessibilità possa essere un fenomeno che agevola le imprese senza pesare in termini di precarizzazione sul lavoro delle persone è il problema principe che la recente riforma Fornero ha voluto affrontare. Il deciso irrigidimento apportato dalle modifiche introdotte per le collaborazioni a progetto, le partite Iva e i contratti a termine sta sempre più spingendo le imprese a un cambiamento nell’utilizzo degli strumenti che fino a oggi hanno gestito il lavoro flessibile. La strada maestra indicata dalla riforma, anche se in modo alquanto silenzioso, è il ricorso al lavoro somministrato: è questa oggi la modalità più conveniente per le aziende per la gestione del lavoro flessibile. Di fatto, si tratta anche di un positivo passo in avanti verso la flexicurity, ovvero verso un mercato che può coniugare la flessibilità necessaria per le imprese e la sicurezza auspicata dal lavoratore.


COMMENTI
24/10/2012 - esistono anche storture (francesco taddei)

si tutto molto bello basta però che l'azienda finito il periodo di apprendistato non sostituisca il lavoratore con altri apprendisti, facendo così macerare le persone in una giravolta di passamani senza prospettive di crescita e miglioramento.