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IL CASO/ Lo "strappo" che lascia i giovani senza lavoro

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A giovani così – e nei quarant’anni che ho trascorso in università ho avuto la grazia di incontrarne moltissimi, che hanno riempito di passione e di speranza la fatica e la gioia del mio quotidiano impegno in ateneo – noi non possiamo chiedere di accontentarsi di ciò per cui non sono fatti, di spegnere la tensione alla realizzazione del proprio io attraverso l’opera della vita, il lavoro come l’espressione compiuta della persona, come “vocazione”. Vocazione, «perché il lavoro – ricordava don Luigi Giussani nel 1998 – è la forma espressiva della personalità umana, del rapporto che l’uomo ha con Dio». Con Dio, cioè con tutto. 

È la crisi ad avere rubato ai giovani il futuro? No. La crisi è la circostanza, dura come un sasso ma non infeconda, che è data a loro (e a noi) per maturare, approfondire la consapevolezza di quello che uno sta veramente cercando nella vita. Quando il pane è sulla tavola, nessuno ha fame. La fame viene quando il pane manca. La crisi farà venire più fame, costringerà a non accontentarsi di quello che abbiamo per essere felici. 

Il futuro ai giovani lo rubano gli adulti che non li guardano con simpatia e ammirazione per l’esuberanza del loro cuore, che non stimano la tensione al compimento di sé che trabocca dalla loro vita (qualche volta in modo irruento, disordinato, ribelle, ma pur sempre tracimante di bellezza e di freschezza), gli adulti paghi del loro piccolo potere e che se ne fregano del bene comune, gli adulti che fanno resistenza all’ingresso di nuove leve negli ambienti di lavoro, gli adulti che non sono disposti a passare il testimone alla generazione successiva. 

Le porte del futuro non le chiuderà davanti ai giovani la congiuntura finanziaria ed economica dell’Occidente, ma coloro che stanno immobili, seduti a dirigere i figli che loro stessi hanno generato ma non educato, gli allievi che hanno istruito ma non formato, i giovani cittadini che hanno dominato ma non servito, anziché alzarsi e camminare insieme a loro, fianco a fianco, lasciandosi guidare dalle autentiche passioni per la vita che attraversano il loro cuore e proiettano la loro intelligenza, la loro creatività oltre l’ostacolo, con la irriducibile tenacia che nasce dalla consapevolezza del proprio io, dalla coscienza della grandezza del proprio destino.

Come possiamo restituire certezza ai giovani che si affacciano al mondo del lavoro, consegnare loro un lasciapassare per l’oggi e per il domani? Di sicuro, possiamo (e dobbiamo) chiedere loro di essere realisti, non sognatori. Di fare i conti con la circostanza che attraversa l’Italia e l’Europa, senza sconti o illusioni. Ma si può davvero essere realisti solo se si è leali con il proprio cuore, se non si censura ciò per cui siamo fatti e di cui siamo fatti.