BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |

IL CASO/ Lo "strappo" che lascia i giovani senza lavoro

Per ROBERTO COLOMBO quando il ministro Fornero invita i giovani ad accontentarsi di più tradisce un’incomprensione della questione umana del lavoro e della consistenza del cuore dei giovani

Foto Infophoto Foto Infophoto

Caro direttore,

il ministro Elsa Fornero ha invitato i giovani in cerca di impiego dopo il diploma o la laurea a rassegnarsi ed accettare quello che il mercato del lavoro offre loro per primo. Mettere da parte le proprie aspirazioni, tagliare le ali al desiderio e portare a casa ciò che si trova. Senza sminuire la portata dell’attuale crisi finanziaria ed economica e delle sue implicazioni sulla domanda e sull’offerta di lavoro, una simile, sorprendente esternazione tradisce un’incomprensione della questione umana del lavoro e della consistenza del cuore dei giovani, uno “strappo” del loro cuore.

Cercando lavoro, ognuno cerca non solo (e non tanto) un’occasione per guadagnare uno stipendio e vivere dignitosamente dell’opera della propria mente e delle proprie mani, ma un’opportunità per realizzare nella vita quello che desidera, ciò che è capace di incarnare un ideale concreto, di proiettare sulla realtà un’immagine di sé e del mondo di cui portiamo la coscienza. L’uomo realizza il lavoro proprio perché il lavoro realizza l’uomo. 

E se vi è un’età della vita in cui tutto sembra essere teso a una simile realizzazione, questa è la giovinezza. Anche quando alcuni giovani sembrano ricercare il denaro, il successo o il potere, cercano in questo o attraverso di questo la felicità, la gioia di vivere, il gusto del bello, del vero e del buono. Vogliono vivere all’altezza del desiderio del loro cuore, anche se spesso fanno fatica – per una debolezza della coscienza di sé, frutto di una carenza educativa – a riconoscere una via concreta per realizzare questo desiderio nella propria storia, unica e irripetibile, ricca di talenti e carica del limite di cui ognuno è portatore. Un desiderio irriducibile e incontenibile è il dono più prezioso che Dio ha dato all’uomo e che spalanca e orienta la sua libertà verso l’infinito. Il desiderio di una cosa finita, come un tipo di lavoro congeniale a sé, è segno del desiderio infinito di vivere, ciò che di più caro alberga nel cuore di un giovane (solitamente in modo più palese che non in molti adulti).  

Questo ai giovani non può essere strappato: il desiderio del loro cuore.

E ognuno di essi, quando riconosce quel complesso di evidenze ed esigenze che costituisce il suo cuore come decisivo per la propria vita, non si arrende di fronte a nessuna circostanza. Neppure a quella amara e insopportabile, vigliacca come il tradimento di un’attesa cresciuta nel tempo all’ombra promettente dello studio: un lavoro che non c’è o non ti corrisponde. I giovani non possono gettare le armi del desiderio di cui è impastato lo sguardo su loro stessi, sulla persona amata, la famiglia e gli amici, sul mondo, che costituisce la trama di ogni rapporto e l’ordito di ogni mossa della loro libertà: che tutto concorra al proprio destino, alla bellezza, alla verità e al bene di cui ha sete l’animo umano. L’animo di tutti noi, ma con maggiore freschezza e baldanza quello dei giovani se è stato coltivato, educato negli anni della scuola e dell’università attraverso l’incontro con figure adulte, uomini e donne di statura umana, testimoni più che maestri e maestri perché testimoni di ciò che veramente conta nella vita. Quello che vale, senza il quale tutto il resto diventa banale, anche il posto di lavoro.