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Lavoro

La flexicurity all'italiana esiste dal 2011. Ma non lo sa nessuno

Spostare la contrattazione lavorativa dal livello centrale, nazionale, a un ambito più decentrato, aziendale e territoriale. Un tema, secondo STEFANO COLLI-LANZI, ancora molto attuale

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Nell’agosto del 2011 la Bce indirizzava una lettera al Governo italiano in cui chiedeva, tra le altre cose, di spostare maggiormente la contrattazione lavorativa dal livello centrale, nazionale, a un ambito più decentrato, aziendale e territoriale, in grado di favorire accordi capaci di generare maggiore produttività nelle aziende. Tema, questo, ripreso di recente dal premier Monti, che, rivolgendosi alle Parti sociali, ha chiesto loro un accordo sulla produttività: a valle di questo dialogo il Governo  ritiene di poter distribuire 1,6 miliardi di euro di defiscalizzazione sui premi di produttività. L’argomento, dunque è tanto attuale quanto, purtroppo, tuttora incompiuto. Vediamo perché.

Alle pressioni internazionali il Governo allora in carica reagì celermente, varando l’articolo 8 sul “Sostegno alla contrattazione collettiva di prossimità” (Decreto Legge 138/2011), finalizzato a consentire a contratti di lavoro collettivi sottoscritti a livello aziendale o territoriale di realizzare specifiche intese in deroga alle regolamentazioni nazionali. In questo modo, si è potuto attivare uno strumento che, a nostro avviso, costituisce certamente una buona arma in mano alle Parti sociali, poste nelle condizioni di poter incidere nella definizione delle proprie regole, secondo una concezione sussidiaria delle relazioni industriali.

I soggetti protagonisti nei processi delle relazioni industriali diventano così ancor più chiaramente proprio le Parti  sociali e  non lo Stato, chiamato a intervenire solo laddove l’intesa non venga raggiunta.  E relazioni industriali libere e responsabili sono certamente, a nostro avviso,  lo strumento più idoneo a concludere a livello aziendale scambi negoziali virtuosi, capaci di rendere l’impresa più competitiva. Tutto questo, naturalmente, a patto che si eviti di utilizzare la contrattazione territoriale come escamotage per aggirare la certezza della legge e la trasparenza del mercato.

Ma l’art. 8 costituisce un’opportunità molto valida anche per lo stesso Legislatore, che ha, in tal modo, la possibilità di valutare le sperimentazioni eseguibili con la contrattazione di secondo livello e modificare eventualmente le norme sulla base di esperienze positive già testate. La riforma Fornero, a conti fatti, non è intervenuta a modificare l’art.8, cogliendone probabilmente la preziosa valenza sperimentale. Le recenti restrizioni sulla flessibilità in entrata sembrano però spingere le Parti a rivalutare con attenzione l’opportunità di utilizzarlo.