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IL CASO/ I dati che smentiscono i “cattivi maestri” del lavoro

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Ai giovani chiediamo quindi di non ascoltare questi cattivi maestri, di non chiedere diritti, ma di pretendere meritocrazia, di essere valutati realmente per le loro competenze e per il loro potenziale, oltre che di ragionare sulle attività che voglio concretamente svolgere nel loro lavoro. I motivi per cui giovani e meno giovani non trovano il “lavoro dei sogni” sono, oltre al problema già discusso, un mercato che non cresce e che continua a basarsi sul corporativismo e aziende asfittiche, che non incentivano il cambiamento e il turnover. Solo all’ultimo posto e con un peso scarsamente rilevante restano alcuni problemi di inadeguatezza professionale, di scarsa motivazione dei giovani o legati al gap tra istruzione e mondo del lavoro.

Da questa consapevolezza si dovrebbe partire per passare all’abbandono delle attuali politiche di formazione teorica e di ammortizzatori sociali e tornare a una visione più ampia del lavoro e dell’individuo. In questo contesto culturale, vorrei condividere una riflessione specifica sullo stato della Pubblica amministrazione. Nonostante alcuni annunci tranquillizzanti in merito a segnali di ripresa o a possibili positivi sviluppi internazionali, la situazione del Paese resta preoccupante e prelude a inevitabili e pesanti sacrifici nel prossimo futuro. Questi sacrifici saranno sopportabili, ma profondamente ingiusti se non saranno accompagnati da una complessiva riorganizzazione del mondo del lavoro e delle professioni.

Le principali cause della situazione attuale sono una cattiva organizzazione e una bassa produttività del lavoro. Si pensi, per esempio, che le uniche aziende che hanno livelli di produttività in linea con i livelli nel Nord Europa sono quelle con meno di 9 addetti. Ciò deriva anche dal fatto che moltissime persone sono inadeguate alla mansione a loro affidata. In questo contesto, il lavoro nel settore pubblico, nelle università, nelle Pubbliche amministrazioni e nelle sanità rappresenta un nodo da sciogliere, già rimandato da 20 anni.

È chiaramente riconosciuto come il settore pubblico sia largamente inefficiente e statico. Il blocco del turnover impedisce di migliorare le organizzazioni pubbliche, che nella maggioranza dei casi non sono numericamente sovradimensionate per i loro fini istituzionali, ma hanno personale poco qualificato, mal retribuito, alcune volte in difetto e altre in eccesso, oltre che scarsamente motivato, anche per un rigido formalismo che rende la presa di responsabilità un rischio. Uno dei principali vincoli alla riorganizzazione del settore è dato dagli ostacoli al licenziamento o alla mobilità funzionale e/o geografica degli addetti, oltre che dall’oggettiva difficoltà a distinguere tra meritevoli e non.

Mi preme ricordare che la prima questione non riguarda solo moltissime persone con stipendi bassissimi per le loro responsabilità, ma anche manager e dirigenti inadeguati e sovraretribuiti e centinaia di migliaia di “raccomandati” dalla politica, assunti per motivi clientelari e di scambio. Premesso che sarebbe preferibile avere persone che siano in grado di ricollocarsi sul mercato autonomamente, invece di aspettare inermi la cassa integrazione o il reintegro, è necessario innanzitutto chiarire che i posti di lavoro ci sono e sono da ricavarsi principalmente da tre ambiti.