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Lavoro

IL CASO/ I dati che smentiscono i “cattivi maestri” del lavoro

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Il primo ambito sono le centinaia di migliaia di lavori “umili”, ma necessari e ben retribuiti, che vengono lasciati vacanti oggi anno per un mismatch tra domanda ed offerta di lavoro. Secondariamente si potrebbero trovare posti di lavoro da una rivoluzione complessiva che superi le mille inefficienze del sistema. Per fare un esempio banale, un manager che guadagni 1 milione di euro dovrebbe corrispondere a 20 quadri con retribuzioni oneste e con una sana organizzazione e divisione dei ruoli.

La questione lavoro in Italia richiede quindi fondamentalmente di risolvere la rigidità di organizzazioni, corporazioni e regole che consentono ad alcuni di beneficiarne con stipendi da capogiro e a molti altri di subirne gli svantaggi. Se è ampiamente riconosciuto che la regolazione rigida, statalista e corporativa del mercato del lavoro e dei mille ambiti professionali genera un danno ai cittadini e ai clienti in termini di tariffe, si dimentica come questo comporti anche un fenomeno di distruzione massiccia di posti di lavoro. Tramite una vera liberalizzazione dell’intero sistema del lavoro - non solo quello dipendente - e non un’impossibile estensione universale del diritto al lavoro a tutti, passa una vera riallocazione e professionalizzazione del lavoro e dei suoi benefici oltre alla creazione di servizi migliori e a miglior prezzo per i cittadini.

In terzo luogo, i posti di lavoro possono essere ricavati da un’industria di servizi alla persona che attualmente in Italia è fortemente carente e generalmente “subappaltata” al lavoro nero e straniero. Non ci illudiamo però. Il primo passo per spostare lavoro improduttivo o sovraretribuito a danno della collettività, è togliere molte persone dalla loro “zona di comfort”, in cui non hanno interesse a cercare alternative, ma solo a difendere il proprio “orticello”, pur rendendosi probabilmente conto che non potrà durare a lungo.

Il secondo passo sarà una rivoluzione organizzativa intelligentemente radicale, che utilizzi magari la leva fiscale, che abbandoni le politiche “parziali” degli ultimi 20 anni, a danno spesso dei soli dipendenti, e che ridisegni profondamente il sistema del lavoro in termini di competenze, riconoscimento del merito e del valore delle persone.

La via per la modernità del Paese e per il suo futuro passa da questa rivoluzione. È necessario spiegare a tutti che passare dall’attuale sistema del diritto al lavoro rigido e corporativo a un sistema del lavoro libero e legato al merito è un vantaggio per il Paese, soprattutto per i più deboli, e questo passa da una diversa visione culturale del lavoro che consideri le differenze tra i lavori e tra le persone e che garantisca la giusta dignità e il giusto merito al lavoro.

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