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MERITOCRAZIA E TALENTI/ Odepemko: e’ ora di dire basta a raccomandati e “spintarelle”

La Lanterna di Genova La Lanterna di Genova

Genova è stata esclusa dall’alta velocità ferroviaria, il suo porto non è più quello di un tempo, ed è caratterizzata da un immobilismo generazionale preoccupante. Le compagnie private stanno scappando da Genova, sono state costrette a chiudere o nel migliore dei casi si sono ridimensionate.

 

Che cosa si può fare per incrementare la meritocrazia in Italia?

 

In primo luogo occorre considerare, sia nel pubblico sia nel privato, che le posizioni devono essere ricoperte da persone che lo meritino e che abbiano le caratteristiche adeguate per ricoprire quel ruolo. Oggi la maggior parte delle cariche nelle società miste pubbliche/private sono ricoperte più secondo criteri politici che meritocratici. Ci sono polemiche ormai da anni sui curricula dei direttori generali delle Asl che dovrebbero essere a disposizione di tutti sui rispettivi siti web. Poter avere una base più scientifica per la selezione del personale sarebbe già un bel passo avanti.

 

Lei ritiene che nelle imprese private italiane sia necessario lavorare di più?

 

No, la meritocrazia è lavorare quanto è necessario per raggiungere i risultati richiesti. La multinazionale dalla quale sono stato assunto tre anni fa per esempio ama il confronto con i suoi funzionari, manager e impiegati, ed evita di porsi degli obiettivi irraggiungibili. Sono sempre scopi calcolati, razionalizzati e soprattutto confrontati con le sue forze lavoro. Ci sono giorni in cui magari si lavora per 12 ore, ma questo non significa essere talentuosi e meritocratici.

 

E quindi in che cosa consiste il vero merito?

 

Nel desiderare il raggiungimento degli scopi dell’azienda che si rappresenta. Il talento passa anche dal fatto di lavorare magari soltanto per sei ore, ma di riuscire comunque a ottenere i risultati che l’azienda chiede. Chi lavora di più non è quindi automaticamente più meritevole, la vera questione è piuttosto il fatto di sentire l’appartenenza alla propria azienda. Ed è la stessa società a dovere trasmettere questa consapevolezza al proprio impiegato o alla propria forza lavoro.

 

(Pietro Vernizzi)

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