BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |

FIAT VS FIOM/ La verità sui 19 operai che mettono in crisi Marchionne

Infophoto Infophoto

Anche su questo punto i giudici di Roma hanno ben motivato, richiamando il principio costituzionale secondo cui il potere d’iniziativa economica dell'imprenditore non può esprimersi in termini di pura discrezionalità, ma deve essere sorretto da una causa coerente con i principi fondamentali dell'ordinamento e non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà e alla dignità umana. I giudici romani hanno equilibratamente applicato il principio di effettività della tutela processuale in materia antidiscriminatoria. È la legge a prevedere che con l'ordinanza che  definisce  il  giudizio  il  giudice  possa ordinare  la  cessazione  del  comportamento,  della condotta  o  dell'atto  discriminatorio  pregiudizievole,  adottando ogni  altro provvedimento idoneo a rimuoverne gli effetti e possa ordinare l’adozione di un piano di rimozione delle discriminazioni accertate. Oltretutto, i giudici hanno mostrato equilibrio anche nel tenere conto delle defezioni dalla Fiom agli effetti del ripristino dell’equilibrio: dovrà essere cioè  ripristinato il rapporto percentuale tra gli iscritti alla Fiom  e il totale dei dipendenti occupati nello stabilimento di Pomigliano al momento della proposizione del ricorso e non nel momento in cui Fabbrica Italia è partita (quando gli iscritti alla Fiom erano molti di più).

 

Esponenti degli altri sindacati hanno però affermato che la reazione della Fiat all’ordinanza del Tribunale di Roma “è la conseguenza di chi pensa di fare relazioni sindacali nelle aule di Tribunale”.

Mi sarei aspettato solidarietà ai lavoratori discriminati, non a Marchionne, com’è avvenuto nei primissimi (ma per questo significativi) commenti a caldo degli esponenti dei sindacati non discriminati. E mi sarei aspettato maggiore rispetto per i provvedimenti della magistratura. Non entro nel merito se fosse irragionevole, o addirittura suicida, il rifiuto, da parte della Fiom, di sottoscrivere gli accordi sindacali di giugno 2010 sull’investimento di Pomigliano e sulla produzione della nuova Panda. Ma a fronte della mancata assunzione degli iscritti alla Fiom che non avessero strappato la tessera della fame (perché se non lo facevi non venivi assunto) era del tutto ragionevole attendersi che la Fiom percorresse la via giudiziaria. E cos’altro avrebbe dovuto fare? Che “relazioni sindacali” avrebbe potuto intrattenere una volta scomparsi tutti gli iscritti alla Fiom dallo stabilimento di Pomigliano? Il ricorso allo strumento giudiziario da parte del sindacato può servire proprio per evitare devastanti conflitti extragiudiziari, come ha osservato la Corte costituzionale già nel lontano 1974 a proposito del procedimento di repressione della condotta antisindacale.

 

Ci rinfresca la memoria?

 

La Consulta diceva allora: “Il legislatore ha inteso apprestare mezzi procedurali allo scopo di dar rilievo giuridico a quel movimento evolutivo, già largamente attuato in altre nazioni, per cui le divergenze di interessi fra datori di lavoro e lavoratori, in luogo di svolgersi sul piano extragiuridico e del contrasto extragiudiziale con mezzi diretti di autodifesa e di offesa quali scioperi, astensioni dal lavoro, occupazioni, serrate, licenziamenti, ecc., tendano spontaneamente sempre più a condursi entro l'ambito del diritto dello Stato e siano composte e regolate dinanzi agli organi giurisdizionali di questo”). Certo, se poi non si riesce a trovare una soluzione conciliativa davanti ai giudici (che mi risulta essere stata suggerita dalla Corte d’Appello di Roma) e si polemizza contro i provvedimenti dei giudici,  la tensione dilaga. Vorrei ricordare che è stato lo stesso Professor Ichino, nel rappresentare il punto di vista aziendale con tutta la carica dell’autorevolezza riconosciutagli, e nell’esprimere scetticismo verso la denunciata discriminazione, a suggerire alla Fiom il ricorso alla via giudiziaria, sia pure con tono di sfida.

 

Perché cosa ha detto il Professor Ichino?

 

Glielo leggo, non oso parafrasare: “C’è la versione aziendale che nega la discriminazione, sostenendo che, semplicemente, gli ex-iscritti alla Fiom assunti nel nuovo stabilimento non si iscrivono più al loro vecchio sindacato La spiegazione plausibile, perché se fosse per la Fiom, la nuova fabbrica non sarebbe mai nata”, concedeva alla Fiom il beneficio del dubbioPerò, certo, può essere che le cose non stiano così. C’è un modo per verificarlo: il procedimento d’urgenza previsto dalla legge n. 125/1991, che consente al lavoratore di denunciare la discriminazione limitandosi a mostrare l’indizio statistico (com’è che, con tutti i ricorsi promossi dalla Fiom, di questo non si è vista traccia?)”. Ebbene, di quel ricorso s’è poi vista traccia, con l’esito che tutti sappiamo. Ichino, però, s’è astenuto dal commentare il provvedimento di primo grado del 21 giugno 2011 (“Non ho seguito il giudizio da vicino e non ne conosco gli atti; non posso dunque esprimere alcuna opinione sul punto se la realtà storica corrisponda di più a quanto mi disse il capo-stabilimento, oppure a quanto dice questa sentenza. Per questo c’è il giudizio d’appello”). Ora che c’è stato anche il giudizio d’appello attendiamo fiduciosi un suo commento. 

 

Ci parla ora della reazione della Fiat, di questa intenzione di mettere 19 lavoratori in mobilità. Le sembra legittima?


COMMENTI
05/11/2012 - I contratti si fanno in due (Paolo Melacarne)

Per la legge italiana il contratto Fip è valido, ossia rispetta gli standard retributivi, previdenziali, sanitari ecc. Non si capisce perché un dipendente dovrebbe potere (e volere) lavorare in una azienda della quale non vuole accettare il contratto di lavoro, contratto che, piaccia o no, rispetta le leggi del lavoro. Nessuna meraviglia che nessuno voglia investire in Italia. La nozione di discriminazione statistica poi ci riporta alla vecchissima barzelletta: "abbiamo assunto 4 tornitori, uno della DC, uno del PSI e uno del PCI.... e in più il tornitore che ci serviva". Infine, per favore, non titolate "La verità...". Fa molto sovietico e poco evangelico.

 
05/11/2012 - Quale verità? (Giuseppe Crippa)

Mi sembra quantomeno imprudente intitolare “La verità su…” un’intervista con un esperto di diritto del lavoro che mi sembra tifi per una delle due parti in causa e che critica pesantemente un collega. Spero di vedere presto su queste pagine la risposta del prof. Ichino, anche se col titolo “Un parere di parte…”.