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FIAT VS FIOM/ Se lo Statuto dei lavoratori “condanna” Landini e co.

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La crisi nel settore auto è forse ancora più forte di quella economica in generale. La contrazione delle vendite ha portato il mercato italiano ai livelli degli anni ‘70, ma è tutta l’Europa a soffrire. Di fronte a questo scenario si potrebbe pensare di agire così come stanno facendo la maggior parte delle aziende automobilistiche europee, vale a dire con un taglio del personale. Marchionne ha confermato che, nonostante la crisi, i livelli produttivi italiani torneranno a crescere grazie all’export. Un obiettivo difficile da raggiungere, ma importante, soprattutto in questo periodo di forte recessione economica.

In questo contesto economico bisogna inquadrare il caso Fiat e quanto successo con l’obbligo di reintegro dei dipendenti Fiom. La vicenda rappresenta uno di questi passaggi che si dovranno fare in questi anni, come e a quali condizioni è possibile investire su nuovi prodotti, su nuovi processi, su nuove quantità produttive, e questo chiede di riallineare, soprattutto in un’industria molto organizzata, le condizioni di lavoro in maniera omogenea rispetto ad alcuni parametri e, soprattutto, rispetto alla produttività, unita ad altri aspetti come la qualità, l’innovazione e la sostenibilità del lavoro stesso.

Ora, nonostante un accordo, nonostante una firma di una parte maggioritaria del sindacato, nonostante un referendum aperto a tutti i lavoratori, se l’accordo lascia libera un’organizzazione di fare tutto quello che ritiene per la non applicazione del medesimo, questa situazione genera una patologia. Questo è ciò che è si è verificato col caso Fiat.

In base a una norma che sta scolpita nei testi sacri del diritto del lavoro e che è generalmente valutata come una legge che aiuta l’attività sindacale, ai fini della gestione dell’accordo, così a Pomigliano come a Mirafiori, avrebbero dovuto avere voce in capitolo le organizzazioni firmatarie di quel contratto collettivo. Questo non è nella mente malata di Marchionne, ma nell’articolo 19 dello Statuto dei Lavoratori. Ed è normale che sia così: ciò definisce la natura stessa del sindacato, perché esso esiste e rappresenta in quanto vede chiudersi un contratto; diversamente sarebbe esattamente uguale a un movimento politico, o d un partito laburista che fa del lavoro la sua missione.

La sentenza in questione è solo l’ultimo episodio di un conflitto lungo due anni: Fabbrica Italia Pomigliano (Fip), cioè la newco che nel 2010 ha sostituito giuridicamente lo stabilimento Giambattista Vico dopo la firma del contratto aziendale e che ha riassunto poco più della metà dei lavoratori del vecchio stabilimento, dovrà assumere nel giro di sei mesi 145 lavoratori selezionati tra gli iscritti Fiom, così da rispettare le vecchie proporzioni di appartenenza sindacale.

Perché? Ma l’articolo 19 dello Statuto dei Lavoratori vale o non vale?

A questa domanda, l’intricato caso Fiat pare dare una risposta negativa. La Fiat a questo punto non fa che rendere evidenti le conseguenze negative di un intervento giudiziario adottato a favore di una parte dei lavoratori, ovvero il costo che ne consegue per altri. Come si diceva prima, l’articolo 19 dello Statuto dei Lavoratori ammette che in fabbrica siano riconosciuti soltanto i sindacati firmatari del contratto collettivo applicato in azienda, quando quest’ultimo è accettato dalla maggioranza dei lavoratori. Marchionne vuole che si rispetti quest’idea, la cultura italiana lo respinge. La Fiom ha attaccato Marchionne sin dalla primavera 2010, sulla base di un principio che con la firma dell’accordo interconfederale del 28 giugno (quindi solo un anno dopo) la stessa Cgil avrebbe riconosciuto come sbagliato: quello della rigida e assoluta inderogabilità del contratto collettivo nazionale.