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FIAT VS FIOM/ Se lo Statuto dei lavoratori “condanna” Landini e co.

La vicenda dei diciannove operai che Fiat deve assumere a Pomigliano non è legata a un duello tra Sergio Marchionne e la Fiom. GIUSEPPE SABELLA e ANDREA GIURICIN ci spiegano perché

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Rispetto al provvedimento che obbliga Fiat a riassumere 19 operai della Fiom-Cgil, e in prospettiva altri 126 con la stessa tessera sindacale, i soliti ben pensanti dell’informazione più radical chic dell’Occidente non si sono minimamente discostati dalla narrativa della “rappresaglia” del padrone contro gli operai. Solo l’economista Carlo Dell’Aringa su Il Sole 24 Ore, che ha criticato le prove di forza sia di Fiat, sia di Fiom e ha definito l’ennesimo intervento giudiziario come un rimedio che non rientra più nel “fisiologico utilizzo delle relazioni industriali”, e il giuslavorista e Senatore del Pd Pietro Ichino, che in un’intervista a Il Foglio ha definito “inappropriato” l’intervento del giudice (“il diritto italiano consente questo provvedimento, ma in qualsiasi altro Paese occidentale non sarebbe andata così”) hanno avuto il coraggio di rompere un coro unanime noioso e molto poco lungimirante.

La vicenda Fiat continua a essere impropriamente presentata all’opinione pubblica - ma in questo anche la Magistratura ha i suoi meriti - come un duello rusticano tra Sergio Marchionne e la Fiom, il sindacato che non ha accettato l’accordo collettivo. In realtà, dentro questa vicenda ci sono una serie di questioni, e in particolare una, che troveremo in maniera sempre più ricorrente in Italia. Ovvero: in un’epoca contrassegnata da una parte dalla morsa della crisi e dall’altra da una progressiva e sempre più forte apertura internazionale dell’economia per cui il baricentro dello sviluppo non è più l’Occidente, l’Europa o l’Italia, come fare ad attrarre gli investimenti sufficienti a mantenere le opportunità occupazionali?

L’Europa ci dice che una società è socialmente ed economicamente in equilibrio, secondo gli standard, quando ha almeno il 70% di popolazione in grado di lavorare effettivamente occupata (secondo la Strategia europea per l’occupazione). Alcuni paesi europei, nonostante la crisi, sono su questi obiettivi, ma il nostro ne è molto lontano (56,9% dato Istat 31 di ottobre), anche per il più alto tasso di lavoro sommerso. Quindi come fare in modo che lo sviluppo e gli investimenti tornino nel nostro Paese e determinino la possibilità di salvaguardare l’occupazione e di incrementarla, in modo da raggiungere gli obiettivi di equilibrio, è il tema di questi anni. Diciamo che è il compito per le istituzioni, per i governi, per le forze economiche e imprenditoriali, e - naturalmente e soprattutto - per le forze sociali. È il compito di tutti, non ne sono esenti magistrati e giornalisti benpensanti: anche loro fanno parte della coscienza sociale.