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Dobbiamo cambiare le regole anche a costo di sbagliare

L’ultimo ventennio ci ha consegnato una situazione certamente non facile sul piano dell’occupazione. Ripartire è possibile, ma richiede importanti cambiamenti

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L’attuale situazione mostra come i nodi, inesorabilmente, vengono sempre al pettine. Il ventennio da cui proveniamo, fondato sulla vacua speranza che l’aumento dei consumi - perlopiù sorretto con la crescita del debito pubblico, attraverso demagogiche operazioni di riduzione delle imposte e con un allargamento “populista” del controllo sull’evasione fiscale - potesse farci crescere e mantenere un alto livello di benessere sociale, ha chiaramente rivelato la propria inadeguatezza.

Certo, ci ha permesso di vivere “benino” fino a oggi, ma, nel contempo, ha contribuito a creare tutte le condizioni per un futuro drasticamente peggiore. Anziché investire su formazione, competenze, professionalità, innovazione, infrastrutture e servizi di pubblico interesse, in questi anni si è infatti dilapidato quell’ultimo “tesoretto” che proveniva dalla più pesante spremitura del debito che la nostra società potesse sopportare; con la conseguenza che, attualmente, siamo nella condizione di non poter disporre della necessaria elasticità nell’utilizzo di capitale pubblico e con un contesto gravemente inaridito dalla persistente inconsistenza delle nostre politiche di investimento.

Il drammatico impatto che la situazione descritta ha sulle opportunità di lavoro oggi disponibili, è ormai sotto gli occhi di tutti.

Ci troviamo, infatti, con un numero molto elevato di persone che, mentre sino a poco tempo fa sarebbero andate in pensione a età insostenibili per la finanza pubblica, dovranno ora individuare un modo per lavorare ancora qualche anno e questo - ahimè - molto spesso senza aver investito adeguatamente in passato sulla propria impiegabilità. E non è tutto: abbiamo anche ereditato un settore pubblico ancora appesantito da migliaia di persone che hanno, sì, un posto di lavoro, ma senza aver di fatto un vero lavoro da compiere, con una remunerazione costantemente in calo che attinge - spesso senza che si generi in cambio alcun reale valore aggiunto per il Paese - alle casse sempre più esangui dello Stato.

Abbiamo, infine, qualche milione di giovani non solo inoccupati o tenuti ai margini del mercato del lavoro, ma spesso anche lontani da percorsi di istruzione e formazione professionale in grado di accrescere la loro employability, almeno nel futuro. In una tale, sconcertante, situazione, è ancora più triste vedere come l’atteggiamento normale delle Parti sociali sia quello di litigare per distribuirsi i resti di ciò che è rimasto, quando è evidente che, andando avanti così, rimarrà sempre meno.


COMMENTI
14/12/2012 - Vedi Stefano: (Silvano Rucci)

Ti chiedi da dove ripartire? Più che di staffetta generazionale io parlerei di occupazione piena, fino all’ultimo giovane o meno giovane disponibile, da assumere immediatamente al posto di coloro che una pensione l’hanno già maturata. Speculare sulla pelle dell’asino, allungando l’età pensionabile, comporta la perdita delle pensioni per migliaia di persone che oggi non lavorano. La novità o la proposta potrebbe essere che le prestazioni lavorative di tutti gli ultrasettantenni diventino prestazioni non retribuite ma soltanto di volontariato! Anche leggendo “ I Malavoglia” la conclusione è simile a quanto affermava Winston Churchill, che cioè un miglioramento sicuramente avviene provando a cambiare!

 
14/12/2012 - Il miglioramento avviene provando a cambiare! (Silvano Rucci)

Vedi Stefano, hai ragione a parlare di vacua speranza relativa all’aumento dei consumi che ci hanno condotto alla attuale inadeguatezza. Direi meglio che è stato un quarantennio di crescita economica zero, in cui siamo vissuti a carico del debito pubblico! Mi domando dove saremmo voluti arrivare? Questo futuro peggiore lo abbiamo costruito con le nostre mani! Quando si consuma ogni ricchezza edonisticamente, senza favorire invece alcuna politica di investimento, le future opportunità di lavoro non esistono perché la politica economica è stata del tutto trascurata. E’ drammaticamente vero che una maggioranza di persone giovani e/o ancora giovani non hanno maturato, per troppi anni trascorsi senza occupazione, la pensione a cui in futuro avranno la necessità. E’ anche vero che, guerra fra poveri, le Parti sociali si stiano contendendo le ultime briciole rimaste.