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IL CASO/ Quando il lavoro fa aumentare la natalità

Per DAVIDE ROSATI, occorre riconoscere e sostenere e favorire la diffusione di quelle iniziative di welfare aziendale orientato alle famiglie, premiando e favorendo le buone prassi

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Negli ultimi mesi, grazie ai dati pubblicati dall’Istat, è finalmente tornato alla ribalta il tema della natalità. Questo a causa dell’ulteriore riduzione delle nascite avvenuta nel 2011, anno in cui questo calo è stato registrato sia in termini di numero di bambini nati, sia nel rapporto tra nuovi nati e popolazione femminile in età fertile. In altri termini, si è definitivamente interrotta e invertita la tendenza positiva registrata tra il 2000 e il 2008. Come giustamente ha fatto notare il Professor Campiglio, le cause sono facilmente identificabili nella crisi economica, che riduce drasticamente il reddito disponibile per le giovani coppie, ritardando la nascita di un figlio. Tale riduzione del reddito a sua volta non è compensata da adeguate politiche di integrazione e da appropriati servizi alle famiglie. 

Questa inversione di tendenza ha definitivamente spiegato, a chi fino a ieri faceva finta di non capire, che il problema non è più semplicemente l’invecchiamento della popolazione (con le evidenti connessioni al sistema pensionistico che diventa ogni anno più difficile da sostenere), ma di sopravvivenza del nostro Paese. Infatti, se l’indice di natalità continua a scendere ulteriormente, l’unica certezza è che l’Italia sarà destinata in tempi più o meno lunghi a scomparire, quanto meno come popolazione (e come popolo).

Questo cambiamento di prospettiva apre diverse questioni. La prima è relativa alle politiche di rigore a cui da qualche anno siamo stati precettati. Per dare senso a tutti i sacrifici che ci stiamo imponendo è necessario quantomeno chiedersi: per chi facciamo tutto questo? La risposta non è più così banale come può apparire se la prospettiva del nostro Paese è il rischio di estinzione. Quanto meno, se la prospettiva è questa, occorre reimpostare i criteri di rigore in un’ottica di sostegno della natalità.

Allo stesso modo, questi dati impongono anche una revisione dello slogan che va per la maggiore in questo periodo, e cioè “la mancanza di un futuro per i nostri giovani”. Posto che sia impossibile dimostrare quale generazione abbia avuto a suo tempo un futuro garantito, stando a quanto dice l’Istat questo slogan acquisisce una sua validità.


COMMENTI
21/12/2012 - e gli assegni famigliari (attilio sangiani)

a mio parere si deve tenere conto della "cultura neomalthusiana" dominante nell'incoscio e nel conscio politico della opinione pubblica. Troppi "opinion makers" da decenni ( almeno dal 1972,Club di Roma ) terrorizzano il mondo con lo slogan "siamo in troppi....." oppure " le risorse "pro-capite" diminuiscono,ecc....". Il Pastore anglicano Thomas Robert Malthus,da oltre due secoli, opprime i popoli con la sua falsa teoria. Governi a maggioranza democristiana per mezzo secolo hanno lasciato deperire gli istituti a favore della natalità preesistenti,con il pretesto che erano stati introdotti dal regime fascista; ma forse,ancor più,per la incapacità culturale ed la mancanza del coraggio politico di smentire le fosche previsioni malthusiane. Anche negli U.S.A. domina la cultura radicalea del I.P.P.F.(fondo contro la natalità): tanto i giovani vengono belli e pronti per lavorare dall'estero. Anche in Europa,Italia compresa,avviene questo. Non è ora di svegliarci ?