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Lavoro

IL CASO/ Lo "spread" che toglie ancora lavoro all’Italia

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Il Ministro Fornero ha anche ascoltato a lungo gli autori delle numerose proposte di cui si è discusso negli ultimi anni. Alla fine, però, all’idea di un grande disegno di riforma del mercato del lavoro (e della rappresentanza sindacale che poteva essere l’elemento di scambio con la Cgil), si è contrapposta la ragione di un sistema conservatore di parte sindacale e datoriale che hanno aiutato a partorire un topolino che non avrà alcun significativo impatto sul mercato del lavoro.

Il 2013 ci vede quindi solo con uno spread migliore, senza uno straccio di riforma e con l’ennesimo taglio del finanziamento all’università e alla ricerca. Non c’è che dire, molto lontano dalle mirabilie de “L’anno che verrà” di Lucio Dalla! I nodi del mercato del lavoro sono sempre gli stessi. Esiste una rigidità in uscita che protegge il posto di lavoro (e non il lavoratore, si badi bene), alla quale corrisponde una difficoltà di ingresso. Entrambe dipendono dall’assenza di dinamismo dell’economia italiana, dalla scarsa mobilità (professionale e territoriale) e dalla mancanza di una cultura della formazione permanente e continua. Dipendono anche da una profonda carenza di capacità di rischio imprenditoriale di lungo periodo, essendo a mio avviso l’Italia un Paese di innovatori, ma non di imprenditori.

Sono carenze strutturali alle quali non si può porre rimedio solo con una legge sul mercato del lavoro. A mio avviso, ciò che raramente si ricorda, però, è che sono anche l’eredità di un sistema costruito non attorno al valore della persona, ma attorno a un’idea astratta di lavoratore, o meglio di posto di lavoro che ha radici profonde in un certo modello valoriale della sinistra italiana. Questa “anonimizzazione” del lavoratore purtroppo ha trovato una saldatura con un sistema imprenditoriale che non ama il rischio ed è abituato a brandire la minaccia della riduzione dei posti di lavoro per farsi schermare dalle forze del mercato e della competizione. Non è un caso se la stessa uniformizzazione è propria del modo con cui si pensa l’educazione.

È un’eredità storica difficile da scrollarsi di dosso, radicata in una trasposizione del significato di uguaglianza, contraddistinto più dall’uniformità che dal riconoscimento dell’unicità. Lo scontro violento con le dinamiche della competizione produce l’impossibilità di governare lo sviluppo e il mercato del lavoro dentro questo paradigma e il 2013 ci farà pagare il prezzo più alto con un ulteriore peggioramento. Sono le energie e le potenzialità di ogni singola persona che devono potersi attivare liberamente per costruire e arricchire il proprio lavoro, utilizzando un sistema fluido e aperto che sostenga nei momenti di uscita, ma in prospettiva di un rientro. E invece, la ricetta sembra sempre quella della protezione del posto di lavoro che talvolta ingabbia il lavoratore in un sentiero sicuro di obsolescenza, magari ritardata, ma inevitabile.