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Lavoro

IL CASO/ 2. Quei "privilegi" che dividono giovani e lavoro

Michel Martone (Infophoto)Michel Martone (Infophoto)

Ce lo diciamo tutti, eppure finora non si è fatto niente, a parte questa novità del governo Monti. Resta un altro atto di coraggio che questo governo, vincolato solo “al principio di verità”, dovrebbe compiere, oltre alla definitiva abolizione del valore legale dei titoli di studio e alla maturità a 18 anni, com’è negli altri Paesi. Rendere effettiva la pari opportunità inter-generazionale, senza più scaricare sui giovani le contraddizioni non-risolte dei loro padri. Ha ragione su questo punto Giulio Tremonti: i giovani dovrebbero votare due volte, avere cioè due voti a disposizione, per cambiare le regole del gioco e l’accesso reale a un mercato del lavoro.

Anche questi problemi aperti ci dicono come, soprattutto in Italia, domini ancora oggi una temperie segnata da una “evasione dai problemi di fondo”. Che né partiti, né sindacati riescono più a proporre come valori di riferimento. Per questi aspetti, il “governo tecnico” sta facendo più in pochi mesi dei “governi politici” negli anni passati. Resta il grande tema dell’effettività equità, tema che coinvolge tutti. La cornice dell’equità, direi di più, è la condizione di “senso” prima delle richieste di sacrifici, anche delle stesse riforme o norme sulla crescita. Vorrei, perciò, che si parlasse più spesso di bene comune, di giustizia, di competenza e di merito, di bene comune; in poche parole, altri modi per invocare un valore poco presente, nel nostro modo di vivere, cioè il “principio di responsabilità personale”.

Mentre invece continuano a dominare le logiche corporative, chiuse, tese a garantire i garantiti, a conservare privilegi scambiati per diritti: aspetti questi che stanno costringendo sempre più persone al distacco da una solidarietà di fondo, da una condivisione dei comuni destini. Oggi si parla di solidarietà, ma forse è una parola vuota in troppi casi. Fino a pochi anni fa le parole chiave egualitarismo e redistribuzione erano viste come sinonimi di solidarietà. Oggi non è più possibile, perché hanno prodotto caste chiuse, corporazioni, irresponsabilità, disinteresse al bene comune... Le parole chiave, in prima battuta, oggi sono altre: talento e merito, cioè solidarietà nella responsabilità. La parabola evangelica dei talenti, che vale più di intere biblioteche di pedagogia, dovrebbe diventare quasi una lettura quotidiana. Come sprone alla piena valorizzazione di capacità e di responsabilità, oltre i muri chiusi degli ordini professionali, di leggi e leggine corporative, quelle che hanno prodotto un concretissimo conflitto generazionale: una società nelle mani dei vecchi e i giovani di talento costretti a lavoretti e a un lungo precariato. L’età media dei ricercatori è di 40 anni, degli insegnanti 53 anni, quella dei presidi 61, senza dimenticare l’età giurassica dei docenti universitari, degli stessi componenti dei cda delle nostre aziende, delle società quotate in borsa, delle istituzioni dello Stato. Insomma, un mondo vecchio, chiuso...

La vera rivoluzione socio-politica è rimettere in moto gli ascensori sociali, quindi la forza motivazionale dei nostri giovani migliori. Che cosa manca? Manca la valutazione, manca il merito, manca la selezione dei migliori. Oggi non ha più senso pretendere il posto fisso sotto lo Stato solo perché si ha un pezzo di carta in mano: all’università Federico II di Napoli ci sono più studenti in giurisprudenza di tutte le università francesi, alla Statale di Milano gli iscritti al primo anno in Scienze della Comunicazione sono più di tutti gli iscritti delle facoltà scientifiche e tecniche. Quale futuro occupazionale? Come aiutare i giovani a scelte concrete? In Italia oggi ci sono 26.000 ricercatori: alcuni bravissimi, altri meno. Perché non dire queste cose? Solo la metà hanno pubblicazioni scientifiche rilevanti, come dicono gli istituti di ricerca specializzati.