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IL CASO/ 2. Quei "privilegi" che dividono giovani e lavoro

Gli ultimi dati sulla disoccupazione giovanile sono scoraggianti e sono anche dovuti a un sistema scolastico e universitario inadeguato. Il commento di GIANNI ZEN

Michel Martone (Infophoto) Michel Martone (Infophoto)

La battuta del viceministro del lavoro Martone ha provocato un vero polverone. Dovuto, forse, più a quella parolina “sfigato” che alla vera sostanza del rilievo. Segno che, quando facciamo battute, dovremmo sempre tenere a mente le diverse situazioni. Pensiamo, ad esempio, agli studenti-lavoratori, ai loro sforzi e al valore aggiunto del connubio tra studio teorico ed esperienza concreta di vita. Che pochi giovani oggi, carichi magari di un bel 110 e lode, hanno. Ciò che però mi ha colpito in molti commenti è stato, in troppi casi, avere confuso il dito con la luna. Perché resta comunque vero che laurearsi a 28 anni, da parte di giovani dediti totalmente allo studio, resta comunque un risultato di cui non andare fieri. Per questi motivi vorrei proporre, con queste righe, un ritorno di riflessione su quella battuta, cercando di cogliere al volo il cuore del rilievo.

Già resta un problema, da noi purtroppo non ancora risolto, che i nostri ragazzi escano dalle scuole superiori a 19 anni, contro i 18 degli altri paesi, con studenti stranieri che si laureano a 21 anni (triennale) e a 23 anni (specialistica); se poi mettiamo in conto i fuoricorso, è difficile non essere d’accordo con Martone. Anche se l’introduzione della riforma 3+2 (1999-2001) ha in effetti abbassato l’età media, come ha mostrato la recente ricerca della Fondazione Agnelli.

Il vero dato, però, che dovrebbe far riflettere, è la percentuale dei laureati sugli iscritti alle diverse facoltà universitarie italiane: a oggi siamo al 55%, ma a ingegneria siamo, ad esempio, al 65%. Non solo: resta la domanda sulla qualità e tipologia delle lauree, perché non hanno, nel concreto, tutte lo stesso valore. Nel senso di reali sbocchi occupazionali, non del solo possesso di un pezzo di carta qualsiasi. Se Martone avesse detto: “Chi a 28 anni non è ancora laureato sbaglia, perché la concorrenza interna e internazionale finirà per travolgerlo”, nessuno, forse, avrebbe avuto nulla da ridire. Se poi teniamo a mente il numero dei disoccupati under 30 (quasi il 30%), abbiamo di che preoccuparci tutti. Oltre le polemiche di giornata.

Il nuovo decreto legge, ad esempio, sulle semplificazioni doveva in prima battuta affrontare anche il tema dell’abolizione del valore legale dei titoli di studio. Vedremo se Monti avrà coraggio su questo punto. Finalmente, però, anche in questi contesti si può parlare di qualificazione e competitività. Solo un primo passo, ma significativo. In poche parole, i voti peseranno di meno nelle graduatorie e conteranno di più le prove, cioè il merito effettivo. Del resto, che sia finito il tempo del pezzo di carta, ce lo diciamo tutti. Perché è la realtà del merito, delle competenze cioè di continuo aggiornate, che deve avere la primogenitura.