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Lavoro

PROCESSO ETERNIT/ Schmidheiny e De Cartier condannati a 16 anni

E’ giunto a conclusione il processo Eternit. Il tribunale di Torino, infatti, ha condannato Stephan Schmidheiny e il barone belga 91enne, Louis De Cartier, a 16 anni ciascuno.

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E’ giunto dunque a conclusione il processo Eternit, con una sentenza favorevole ai parenti delle vittime. Il tribunale di Torino, infatti, ha condannato Stephan Schmidheiny e il barone belga 91enne, Louis De Cartier, a 16 anni ciascuno. Il gruppo che fa riferimento a Schmidheiny  fu ai vertici della Eternit dal 1972 al giugno dell'86; dal 1952 al 1972 invece fece capo alla famiglia Emsens e al barone Louis de Cartier. Per loro l’incriminazione è di disastro doloso permanente e omissione dolosa di misure antinfortunistiche. La decisione è stata assunta dal giudice Giuseppe Casalbore. In materia di lavoro, pare che si tratti del processo più grande mai celebrato in Europa. Sono, infatti, oltre 6392 le parti civili, 3mila le vittime del mesotelioma pleurico o dall'asbestosi, causate della fibre del materiale tossico, 2300 quelle degli stabilimenti italiani. In particolare, dal 1952, morirono 1500 lavoratori dello stabilimento di Eternit più grande d’Italia, quello di Casale Monferrato (Alessandria); lo stabilimento venne chiuso nell’86, mentre le altre vittime si registrano a Cavagnolo (Torino), Rubiera (Reggio Emilia) e Bagnoli (Napoli).

Presso il Tribunale di Torino sono arrivati, in mattina, ben 26 pullman. E’ stato necessario aprire tre aule per accogliere i mille parenti delle vittime provenienti anche dalla Francia, dove si consumarono analoghe tragedia, e 160 delegazioni provenienti da tutto il mondo. La maxi aula era gremita di giornalisti, fotografi e cameraman provenienti da tutta Europa. La sentenza è stata accolta dai presenti con un’ovazione. Il giudice, pur condannando i due imputati, ha precisato che essi sono colpevoli solamente in relazione agli stabilimenti di Casale Monferrato e Cavagnolo, nel torinese. Per quanto, invece, concerne gli stabilimenti di Rubiera e di Bagnoli non possono essere ritenuti colpevoli per la sopraggiunta prescrizione del reato. I pm Raffaele Guariniello, Gianfranco Colace e Sara Panelli, in particolare, dopo 62 udienze, a partire dal 2009, hanno dimostrato che i condannati, pur essendo a conoscenza della letalità del materiale usato, avessero continuato a tenere le fabbriche in funzione per ottenere lauti guadagnati.