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Lavoro

IL CASO/ La famiglia sotto accusa per il lavoro che non va

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Le cose cambiano decisamente in un caso rispetto all’altro, e le due conclusioni andrebbero distinte chiaramente. Ichino sembra riferirsi alla prima, quando parla di “relegare” le donne in casa: in questo caso, saremmo in effetti di fronte a una violazione dell’uguaglianza basilare tra uomini e donne. Quando invece depreca la carriera mancata da parte delle donne, Ichino non sembra voler sostenere l’impiego femminile e la conciliazione tra famiglia e lavoro, quanto piuttosto auspicare che il lavoro prevalga totalmente sulla famiglia, diventando la priorità.

L’indagine citata da Ichino, così come il rapporto Istat, non dimostrano che le donne siano impossibilitate a lavorare per via dell’impegno domestico: segnalano, semmai, che l’impegno femminile viene distribuito diversamente tra casa e lavoro rispetto a quello maschile. Qui non si tratta più della violazione di un basilare diritto, da difendere senz’altro, ma di una diversità di percorsi che non si può attribuire pregiudizialmente a ostacoli esterni, invece che a scelte meditate da parte tanto delle donne quanto degli uomini.

È possibile giudicare queste scelte? È possibile, come ha fatto Ichino durante la sessione del forum, definirle “inefficienti”(!)? È possibile spiegare a una madre intenzionata a dedicare ai figli la parte migliore di sé (come ha affermato Costanza Miriano nella stessa sessione), che “non porta benessere al Paese”? È possibile convincerla che la preferenza per una vita completa - che non escluda il lavoro, ma nemmeno la famiglia - potrebbe portarla addirittura (come ha suggerito la moderatrice Maria  Latella) a problemi di salute? Forse la cosa più difficile è spiegare a Ichino, Latella e gli altri cosa stia dietro simili scelte: quale sia la scala di valori che le sostiene e le anima, malgrado le loro obiezioni.

E il fatto che si tratti di un compito difficile lo dimostrano le proposte avanzate nel corso del dibattito per “modificare” la situazione: proposte “hard” e “soft”, incentrate sulla defiscalizzazione del lavoro femminile (ormai un cavallo di battaglia di Ichino) e sulla detassazione del congedo parentale maschile. Latella ha rincarato la dose, parlando (in maniera decisamente “hard”) di “job sharing” familiare. Il concetto sarebbe stato persino condivisibile, se non fosse stato sottoposto al trattamento essiccatorio e inaridente di un lessico giuslavorista assolutamente improprio per regolare i rapporti familiari. Qui il dito tra moglie e marito diventa quello che, fissato troppo da vicino, impedisce di vedere la luna: come se la legge potesse o dovesse arrivare dove non arrivano l’amore, il rispetto e il buonsenso - questi sì, che sono  provvedimenti “soft”.

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