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Lavoro

IL CASO/ La famiglia sotto accusa per il lavoro che non va

Rapporti e dati sui diversi impegni famigliari tra uomini e donne vengono spesso usati per attribuire alle famiglie un ruolo di ostacolo nel mondo del lavoro. Il commento di PAOLA LIBERACE

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Il dito c’era, e si è visto tutto, proprio come promesso dal titolo della sessione del 1° forum nazionale di “Valore D”. Il dito è quello tra moglie e marito: un’intromissione dovuta, almeno stando alle tesi sostenute da alcuni dei partecipanti, per indagare (e smantellare) il peso delle scelte familiari sulla vita professionale. Peso rilevante, ad esempio, secondo Andrea Ichino, che mantenendo la posizione ormai assunta da tempo ha attribuito in primis alla famiglia la “colpa” di assorbire le energie femminili, tanto da impedire loro di avanzare nel mondo del lavoro.

Ichino cita i risultati di un’indagine tra le tante che chiedono a donne e uomini quante ore dedichino al lavoro in casa, concludendo che per le donne il tempo dedicato alle attività domestiche sia addirittura il doppio di quello degli uomini. Un risultato analogo è emerso di recente dal secondo Rapporto Istat sulla coesione sociale: nel biennio 2008-2009, il tempo femminile dedicato al lavoro familiare in generale è stato in media di 4 ore e 40 nelle donne che lavorano in una coppia senza figli, e di 5 ore e 10 in coppia con figli, mentre nelle stesse coppie per gli uomini il tempo dedicato al lavoro familiare si riduceva rispettivamente a 1 ora e 54 minuti e a 2 ore e 4 minuti.

Nell’indagine Istat, tuttavia, il dato più interessante resta quello della costante, per quanto lenta, riduzione del divario negli ultimi venti anni: e in particolare, l’aumento - sia per gli uomini che per le donne - della componente dedicata alla cura dei figli fino a 13 anni rispetto a quella dedicata alla manutenzione della casa. Un dato confermato dallo studio appena pubblicato dall’Osservatorio Isfol, che fotografa una nuova generazione di giovani padri (tra i 30 e i 35 anni), pronta ad accudire attivamente i figli e occuparsi della famiglia e della casa, in una percentuale (88%) impensabile solo fino a qualche tempo fa.

Quanto basta per riflettere sul complesso dell’argomentazione di chi imputa alle famiglie un ruolo di impedimento: secondo Ichino, superiore a quello giocato dalle imprese. Ad ascoltare Ichino diventa poco chiaro cosa si intende per “impedimento” familiare: se si tratti dell’impossibilità stessa di lavorare - il che, per Ichino e per chi si riconosce nelle sue tesi, coincide con il lavorare fuori casa, magari in un ufficio, tagliando fuori tutta la varietà di altre possibili attività -, oppure se si tratta piuttosto di un ostacolo verso la prospettiva, come si dice, di “fare carriera”, vale a dire di affermarsi in maniera significativa nella scala gerarchica che l’odierna organizzazione del lavoro aziendale contempla.