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PENSIONI/ Milleproroghe. L'esperto: esodati e preoci, la partita non è ancora chiusa

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Tutte le criticità derivano da una colpa originale. «Le riforma è stata varata molto velocemente, troppo; ha colpito come un’accetta svariate categorie lavorative, lasciando irrisolti numerosi nodi». Su queste pagine, l’onorevole Cazzola affermava che «con tutte le deroghe che si sono individuate, sarebbe stato saggio fare una riforma più soft, con una transizione un po’ più lunga. Non ha senso fare norme severissime e tenere fuori la metà delle persone a cui si applicano». Anche Passerini la pensa così: «Sarebbe stato meglio concepire maggiore gradualità; contemplando la cosiddetta “forchetta”. Permettendo, cioè, di andare in pensione tra i 60  e i 70, con dei meccanismi di penalizzazioni e incentivi. Ma preservando la libera scelta soggettiva».

Come se non bastasse, la parola fine non è stata scritta neppure per i precoci. «Per il Pd, ad esempio, la questione è ancora aperta e la nebulosità del provvedimento consente, anche in tal caso, svariati margini di interpretazione». Al contrario, sui lavori usuranti sembra che tutti abbiano deciso di metterci una pietra sopra: «Chi svolge tali attività ha visto, sostanzialmente, sfumare la possibilità di andare in pensione a 56-57 anni, subendo un carico di tre anni aggiuntivi. Temo che vi sia la convenienza da parte della politica a chiudere la partita così».

 

(Paolo Nessi)

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