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Lavoro

IL CASO/ 2. I sei "ostacoli" al progetto Fornero sugli ammortizzatori sociali

Il Governo e le parti sociali si ritrovano oggi per discutere della riforma del mercato del lavoro. In ballo c’è anche la riforma degli ammortizzatori sociali. Ce ne parla EMMANUELE MASSAGLI

Elsa Fornero (Foto Imagoeconomica)Elsa Fornero (Foto Imagoeconomica)

Il Ministro Fornero ha recentemente annunciato di voler rivedere l’apparato degli ammortizzatori sociali italiani. In sintesi, pare sia allo studio dei tecnici del Ministero un piano mirato a mantenere la cassa integrazione ordinaria (Cigo) e a sostituire quelle straordinaria (Cigs) e in deroga (Cig in deroga) con nuove forme di ammortizzatori sociali, slegati dal legame del lavoratore col posto di lavoro. Di fatto si tratta di un ipotetico sussidio di disoccupazione alla “nordica”.

La ratio dell’intervento sarebbe quella della semplificazione, dell’ordine normativo e dell’equità tra i lavoratori, non più discriminabili tra chi è coperto dalla Cassa e chi no. La reazione delle parti sociali non è certo stata delle più dialoganti (e per questo il Ministro ha fatto un piccolo passo indietro). Solito conservatorismo datoriale e sindacale o progetto effettivamente azzardato? Diversi sono i problemi che emergono già a una prima analisi.

Primo. Per quanto la Cigs e Cig in deroga abbiano drenato non poche risorse in questi anni, è probabile che la riforma ipotizzata dalla prof.ssa Fornero costi più di quel che fa risparmiare. In questo particolare momento del bilancio statale, dove reperire i fondi per coprire un ammortizzatore universale, che avrebbe anche un elevato tiraggio proprio a causa del particolare momento di crisi?

Secondo. Si dimentica spesso che il governo Berlusconi ha fatto una silenziosa, ma efficace, riforma degli ammortizzatori sociali, riuscendo a coprire (proprio grazie alle deroghe) tutte le imprese, comprese quelle precedentemente escluse dal diritto. Allo stesso modo sono stati reperiti i fondi anche per i lavoratori “scoperti”, come i collaboratori a progetto. Certo, si è trattato di interventi emergenziali e disorganici, ma che basta riorganizzare e strutturare per rendere validi anche per il futuro.

Terzo. Suona sempre come giustificatoria e, in fondo, umiliante, la frase “non siamo danesi”. Ma (per fortuna!) è così. Negli Stati scandinavi e in quelli della flexicurity così di moda in questi mesi funzionano il sussidio di disoccupazione e il reddito garantito poiché lo Stato mette a disposizione dei cittadini solidi ed efficienti servizi di accompagnamento al lavoro, garantiti da una spesa pubblica ingente. In Italia è diverso. Forme di protezione del reddito quali la cassa integrazione hanno avuto questa forma (e questa fortuna) proprio perché obbligati a ovviare alla mancanza di politiche attive efficaci, che formino i lavoratori, li riqualifichino e li orientino. Non dimentichiamoci che nel nostro Paese è difficile far rispettare al percettore di sussidio la dichiarazione di immediata disponibilità al lavoro o alla formazione (che pure è un obbligo di legge): è facile immaginare i comportamenti opportunistici che potrebbero generarsi appena disponibili generosi sussidi di disoccupazione.