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PENSIONI/ Milleproroghe. L'esperto: precoci e usurati, vi spiego cosa dice il testo ora al Senato

Secondo CARLO ALBERTO NICOLINI, il governo dovrà prendere  in considerazione, per una questione di giustizia sociale, alcune categorie rimaste fuori dalla riforma  

Foto Imagoeconomica Foto Imagoeconomica

I margini d’azione per eventuali modifiche sono ormai risicatissimi. La Camera ha già dato il via libera, e ora inizia l’esame del decreto Milleproroghe al Senato. La fretta potrebbe suggerire un’approvazione rapida e definitiva. È un’urgenza - si dirà - sancita dall’Europa. Se così fosse, tuttavia, le condizioni inique in cui versano, allo stato dell’arte, diverse categorie lavorative non sarebbero corrette. Secondo Carlo Alberto Nicolini, avvocato e docente presso l’Università di Macerata, raggiunto da ilSussidiario.net «la riforma elimina una serie di problematiche che rappresentavano un’assoluta anomalia in sede europea, quali le pensioni di anzianità. Per cui, l’innalzamento dell’età pensionabile è di per sé un fattore positivo». Detto ciò «ci sarebbe bisogno di una maggiore riflessione sui lavori usuranti».  Finora, non sono stati pressoché minimamente presi in considerazione.

«La disciplina relativa a questi tipi di lavori è notoriamente difficile. Il legislatore, infatti è dai primi anni ’90 che cerca di mettersi d’accordo con le parti sociali». Sono due, in particolare, le criticità che risiedono in essa: «Vi è, da un lato, l’estrema difficoltà nel fornire criteri che indichino i lavori che, effettivamente, usurano. Dall’altro, un problema politico: svariate categorie, infatti, tendono a cercare di ottenere il collocamento in tale definizione». L’attuale normativa che dovrebbe prevedere per costoro un anticipo sull’età pensionabile, inoltre, ha molti punti oscuri. «Basti pensare che la stessa Confindustria ha molte incertezze circa il trattamento pensionistico da riservare ai lavoratori alle macchine di montaggio».

Secondo l’avvocato, «si tratta, quindi, di una misura da contemplare per una questione di giustizia sociale, per salvaguardare chi, effettivamente, a 60 anni non è più in grado di lavorare». Resta da capire cosa ne sarà dei lavoratori precoci, coloro, ovvero, che hanno iniziato a lavorare in tenera età. In molti si chiedono, ad esempio, se dopo aver già trascorso più di 40 anni a spaccarsi la schiena, non dovranno attenderne ancora 6 o 7 per raggiungere finalmente i 66 anni previsti per andare in pensione. Per fortuna, le cose stanno diversamente.

Nicolini ricostruisce la normativa: «Dal  primo gennaio 2012, salvo casi particolari, si va in pensione a 66 anni; è possibile, tuttavia, andare in pensione anticipata se si hanno almeno 62 anni e si è maturata un’anzianità contributiva di 42 anni e un mese (41 e un mese per le donne), con l’aggiunta di un mese nel 2013 e un altro nel 2014». Tale norma riguarda, per l’appunto, in particolare, i lavoratori precoci. «Sulla quota di trattamento dell’anzianità contributiva maturata antecedentemente al primo gennaio 2012, inoltre, è applicata una riduzione percentuale pari all’1% per ogni anno di anticipo rispetto ai 62 anni, al 2% per ogni anno eccedente i due anni».