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Lavoro

CLAUSOLA DI MATERNITA'/ Se la Rai non fa più la "mamma" di chi è la colpa?

Il commento di PAOLA LIBERACE alla cosiddetta 'clausola di maternità' che annovera tra le cause di impedimento a svolgere il proprio lavoro (e quindi di rescissione del contratto)

Un neonato (Foto: Infophoto)Un neonato (Foto: Infophoto)

Ciò che più colpisce, nella surreale clausola numero 10 del contratto di consulenza con il quale la RAI regola i rapporti con i giornalisti a partita IVA, è l’elenco. Un elenco nel quale sfilano, nell’ordine, “malattia, infortunio, gravidanza, causa di forza maggiore”, e che si conclude con una fattispecie nella quale, evidentemente, tutte le altre rientrano: “cause di impedimento”. Impedimenti e nient’altro, per l’azienda radiotelevisiva di Stato, che stando a quanto ha denunciato il coordinamento “Erroridistampa”, utilizza correntemente la formula contrattuale della “consulenza” per scavalcare i vincoli imposti dal contratto previsto per i giornalisti, e mascherare forme di precariato più o meno perduranti.

La prassi a quanto pare era consolidata, e consentiva, ad esempio, di sottrarsi “allo Statuto dei Lavoratori e alle relative tutele”, come ha precisato la RAI. Con una simile precisazione, l’azienda intendeva verosimilmente legittimare la clausola incriminata, la quale avverte il giornalista che “qualora per tali fatti Ella non adempia alle prestazioni convenute […] Le saranno ridotti i compensi relativi alle prestazioni non effettuate”, e che “ove i fatti richiamati impedissero a nostro parere il regolare e continuativo adempimento delle obbligazioni convenute nella presente quest’ultima potrà essere da noi risoluta di diritto, senza alcun compenso o indennizzo a suo favore”. Se non hai lavorato per me, non ti pago: e se questo accade troppo spesso, sciolgo il contratto: un’impostazione che, per quanto discutibile, non si discosterebbe da quella di tanti altri accordi “atipici”, che prescindono – come precisato da RAI – dalle tutele della malattia e dell’infortunio. Ma a sorprendere negativamente, in questo caso, è l’accostamento a eventi traumatici o patologici di un evento come la gravidanza: il totale misconoscimento della sua dimensione, la sua riduzione a “impedimento” come altri, accanto ad altri, nello stesso elenco. Peggiore degli altri, anzi, secondo una logica di pura quantificazione del tempo, per così dire, “perso”.

La gravidanza, per le aziende, è tempo perso, e poco altro. Il caso del contratto RAI non fa che confermare l’incapacità dell’odierna organizzazione del lavoro di fare i conti con le esigenze vitali dei lavoratori – che la circondano, la limitano, ne mettono insistentemente in discussione le priorità. Le aziende tentano continuamente di circoscrivere questa incertezza: ad esempio, offrendo ai dipendenti servizi di welfare che li mettano in grado di delegare per quanto possibile la gestione familiare, minimizzando la loro necessità di dividersi tra famiglia e lavoro. Ma quando questa dialettica tra vita e lavoro si svolge al di fuori delle tutele e dei vincoli previsti nei contratti “tipici”, l’attrito tra ciò che l’azienda chiede e ciò che la persona nella sua interezza reclama si fa ancora più stridente, Se poi si tratta della persona alla sua origine, vale a dire della nascita e della cura dei figli, lo stridore diventa insopportabile, inaccettabile, e il suo esito nella maggior parte dei casi è la rottura.