Lavoro
martedì 21 febbraio 2012
Più che una questione di principio o sostanza, si direbbero scaramucce interne al partito, frutto dell’antico dualismo della anime che lo attraversano anche oggi. L’antico scontro tra i due maggiorenti storici, D’Alema e Veltroni, continua a perpetuarsi tra un epigone del primo, ovvero l’attuale leader Pierluigi Bersani, e il secondo in carne ed ossa. Pochi giorni fa, infatti, l’ex sindaco di Roma aveva creato un certo scompiglio sostenendo quanto a buona parte della sinistra – gran parte di quella che fa riferimento a Bersani – appare come una bestemmia. Che l’articolo 18, cioè, si può anche modificare. Immediato il subbuglio interno al Pd, con le relative ipotesi di scissione. Oggi, Bersani, con l’intenzione, con ogni probabilità, di rispondere a Veltroni, ha inasprito la sua posizione nei confronti del premier Monti, improntata sinora all’assoluta conciliazione. Il presidente del Consiglio aveva fatto sapere che l’esecutivo andrà avanti con la riforma del mercato del lavoro con o senza l’accordo con i sindacati e le altre parti sociali. Bersani si è detto contrario ad un’impostazione del genere e ha fatto sapere che se non ci sarà l’accordo il suo partito valuterà in Parlamento «quel che viene fuori sulla base delle nostre proposte».
Intervenendo al Tg3 ha spiegato che l’assenza di un accordo sarebbe un’ipotesi malaugurata. Non è, ha aggiunto, importante innovare o riformare, ha precisato, ma anche mantenere la coesione sociale. Bersani ha risposto anche a chi gli ha chiesto se il suo partito stesse con Monti o contro, sostenendo che il presidente del Consiglio non viene dopo i partiti. Ma dopo Berlusconi. «Per averlo è stato necessario che andasse a casa Berlusconi e che arrivassimo noi a sostenere una fase d'emergenza e di transizione». Sarà Monti – ha detto – che conclusa la fase di transizione tecnica dovrà decidere se schierarsi a destra o a sinistra. Il leader del Pd ha anche speso alcune battute per replicare al presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia; in precedenza, aveva spiegato che coloro che rappresenta sono stufi di un sindacato che impedisce qualunque riforma dell’articolo 18 proteggendo, di fatto, i ladri, i fannulloni, gli assenteisti e chi no fa il proprio lavoro.
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