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giovedì 23 febbraio 2012
Gli ultimi dati Istat mostrano un peggioramento delle condizioni del mercato del lavoro nazionale con l’Italia che raggiunge i livelli del 2001. Nel dicembre 2011 il tasso di disoccupazione è salito all’8,9% (+0,1% rispetto a novembre 2011) interessando così 2.243.000 persone (+20.000) su quasi 23 milioni di occupati, seppur con una media europea più alta (10,4%). Ciò che è davvero allarmante è, però, la percentuale della disoccupazione giovanile italiana, della fascia 15-24 anni, oggi come oggi al 31% mentre, a livello europeo, ha raggiunto il 17,2%, aumentando di quasi 5 punti percentuali rispetto alla situazione pre-crisi nell’area Ocse.
Le previsioni a medio termine non sono, inoltre, positive, per cui il tasso di disoccupazione dovrebbe crescere ulteriormente in molti paesi tra cui l’Italia: prospettiva, questa, che non può non inquietare, accertato che le coorti giovanili risentono fortemente della situazione economica. Nei paesi economicamente più sviluppati, in media, il rapporto fra tasso di disoccupazione giovani/adulti è di 2,3 (2° trimestre 2011), mentre in Italia lo stesso rapporto è di 3,9, quindi il rapporto è di quasi 4 a 1; vale a dire la disoccupazione giovanile è 4 volte più elevata di quella della fascia di età 25-54 anni ed è ben al di sopra della media europea (fonte Ocse).
Ulteriori dati che confermano la gravità della disoccupazione giovanile sono quelli riferiti alla durata della transizione scuola-lavoro. Il tempo medio, in mesi, prima di trovare un qualche impiego in Italia è di 25,5 mesi, rispetto ai 24,3 della Francia, ai 19,4 del Regno Unito, ai 18,9 della Germania e ai soli 6,3 degli Stati Uniti. Il tempo medio, invece, prima di trovare un lavoro a tempo indeterminato è di 44,8 mesi in Italia, 40,7 in Francia, 36,1 nel Regno Unito e 33,8 in Germania (fonte Ocse 2009, Quintini e Manfredi).
Rispetto a questi dati, sicuramente non inediti, tra i più elevati tra le principali economie del vecchio continente, quali considerazioni possono essere svolte? Qui di seguito si cercherà di mettere l’accento su due gruppi giovanili che destano più preoccupazione: per alcune fasce di giovani vi è l’eccessiva durata della transizione scuola-lavoro, giovani che potrebbero essere definiti, con qualche licenza, “persi in transizione” (lost in transition) e che l’Ocse chiama “lasciati dietro” (left behind); questi non sono né inseriti in un percorso educativo, né in uno formativo e neanche in uno occupazionale a causa del mancato ottenimento di un titolo di studio, molti in possesso del solo diploma di scuola media, tanti residenti nel Mezzogiorno, oppure perché immigrati o appartenenti a gruppi particolarmente svantaggiati, in buona sostanza quelli che vengono chiamati, dagli addetti ai lavori, Neet (Not in education, employment or training).
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