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IL CASO/ Trovata la "trappola" che trasforma il lavoro in precarietà

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Questo perché il processo di status attainment, una volta concentrato in un tempo tutto sommato ristretto, è oggigiorno come se si fosse assai dilatato per cui ogni iniziale incontro tra domanda e offerta di lavoro rischia di non essere mai quello decisivo, tranne in pochi fortunati casi. Divenuta così instabile, e insicura, la transizione scuola-lavoro, turbato l’equilibrio inter-generazionale, a livello di traiettoria occupazionale, questa porta, inevitabilmente, con sé uno stigma, un segno indelebile, come conseguenza irreversibile di fluttuazioni economiche che, seppur a breve termine, incidono nella pelle dei processi di socializzazione lavorativa, a lungo termine: anche dopo 15-20 anni queste coorti giovanili mostrano di aver subito effetti negativi duraturi.

In definitiva, nei decenni precedenti, l’espansione delle credenziali educative, dovuta anche all’università di massa, aveva stimolato l’allargamento del ceto medio, nonché del suo strato superiore, cosicché le nuove leve avevano potuto trovare notevoli sbocchi occupazionali nei gruppi di tecnici, di esperti, di manager e di professionisti. Questo ceto, dei “nuovi tecnici e professionisti”, la cui egemonia sociale era stata vaticinata negli anni Settanta al seguito di opere seminali come quella del 1941, La rivoluzione manageriale, di James Burnham (1905-1987) e altri, aveva vissuto le ultime illusioni di rapida crescita economica e sociale, all’inizio del Duemila, con l’avvento delle tecnologie dell’informazione e della tecnologia (Ict).

Oggigiorno, invece, la giovane generazione sembra accomunata dalla mancanza di un’identità sociale precisa, una mancanza che è precisamente la principale fonte della sua identità in cui anche i tradizionali mezzi di espressione sociali, dati dall’identificazione, dall’appartenenza e dalla militanza politica, sono oramai venuti meno, al netto di momentanee ricomposizioni sulla base di stimoli contingenti, lasciando intravedere crescenti differenze che trovano un suo spazio di elezione, e di differenziazione, nei consumi oppure, ad esempio, nelle mobilitazioni, nelle proteste e nell’affabulazione continua permessa dai nuovi social network.

In conclusione, la crescente marginalizzazione sociale ed economica dei giovani in entrata nel mercato del lavoro avrà come conseguenza, a medio e lungo termine, una situazione di forte deprivazione e destabilizzazione, con effetti duraturi sia sulle carriere lavorative che delle chances di vita in generale e, in un’ottica più generale, effetti potenzialmente dirompenti sulla stessa struttura sociale del Paese.

 

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