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IL CASO/ Tiraboschi: trovato "l’antidoto" per la precarietà dei giovani

In Italia continuano le trattative tra governo e sindacati per la riforma del mercato del lavoro, la cui necessità è stata segnalata anche dall’Ocse. Facciamo il punto con MICHELE TIRABOSCHI

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Nel suo rapporto sulla crescita mondiale, l’Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) ha chiesto all’Italia anche di “ammorbidire la protezione del lavoro sui contratti standard”. Il nostro Paese, infatti, “non ha ancora intrapreso azioni significative”, ma sta “considerando una riforma del mercato del lavoro, mirata ad ammorbidire le tutele sui contratti standard” con “una riforma welfare per migliorare la rete di sicurezza per i disoccupati”. Di articolo 18, riforma degli ammortizzatori sociali e altri temi che animano anche la trattativa tra governo e parti sociali (che riprenderà domani), abbiamo parlato con Michele Tiraboschi, Professore Ordinario di Diritto del lavoro e Direttore del Centro Studi Internazionali e Comparati Marco Biagi

Professore, il vasto consenso di questo governo permette di affrontare la questione della riforma dell’articolo 18. Si tratta di andare oltre una visione di un mercato del lavoro che non c’è più o di riscrivere una regola in funzione dello sviluppo e della crescita?

Certamente questo Governo ha la preziosa occasione di riuscire a concludere ciò che negli ultimi decenni è sempre rimasto sospeso a causa di anacronistici pregiudizi politici e sindacali. Il punto, però, è che la modernizzazione del mercato del lavoro nella direzione dello sviluppo non si esaurisce nel superamento dell’articolo 18. Anzi, in questo difficile periodo storico, caratterizzato da una crisi economica che sta dimezzando i posti di lavoro, probabilmente l’articolo 18 è un problema secondario rispetto all’urgenza del lavoro per i giovani, la produttività, la semplificazione normativa.

Come mai in Italia continua a prevalere il canale informale per la ricerca del lavoro a scapito di chi offre servizi dedicati?

Perché i servizi dedicati, soprattutto quelli pubblici, ma purtroppo anche quelli privati, sono assai carenti e poco moderni. Non si capisce che l’individuazione della persona giusta per il posto giusto non è solo un interesse sociale, ma una possibilità di maggiore produttività per l’impresa.

Lei sostiene che in Italia il contratto unico esista già e che questo sia l’apprendistato. Potrebbe spiegarci la differenza tra i due e se ci sono ragioni tecniche per l’introduzione di un contratto unico come quello proposto?