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ARTICOLO 18/ Treu: incentivi e apprendistato possono battere il precariato

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In parte è già così: i contratti a tempo indeterminato, infatti, costano meno e, di conseguenza, quelli a tempo determinato costano relativamente di più. Si tratta, infatti, dei due lati della stessa medaglia. Tuttavia, effettivamente, quelli a termine potrebbero essere caricati ulteriormente.

Pensa che, in ogni caso, abbia ragione Monti quanto parla del posto fisso come di qualcosa che non esiste più?

Anche quando un lavoratore è stabilizzato non possiamo certo parlare di posto fisso. Le instabilità economiche, infatti, rendono precario anche il posto a tempo indeterminato.

Quindi? Come raggiungere la stabilità?

La premessa a ogni ragionamento è che il motore dell’economia riparta, e che si generi sviluppo. Poi, la riforma del mercato del lavoro potrà aiutare. Detto questo, la flessibilità non va intesa solo in entrata o in uscita, ma può essere interna al rapporto.

Cosa intende?

È possibile che l’occupato, a seconda delle necessità, possa lavorare di meno o di più. Vi sono una serie di strumenti quali il part-time, i turni o gli straordinari che consentirebbero questo genere di flessibilità. In Germania, ad esempio, è normale applicare questi tipi di contratti. Sono estremamente produttivi e non rendono necessario scomodare le norme sui licenziamenti.  

Eppure, l’attenzione, oggi, è prevalentemente concentrata sulla flessibilità in uscita. Non si parla d’altro, infatti, che di articolo 18

Ne parliamo da anni, ma non è certo la questione determinante. Una volta abolito o modificato, i problemi relativi a incertezza, precarietà e assenza di lavoro resterebbero. 

Vi è, infine, un altro problema sottolineato dall’Istat: quello delle “false” partite Iva.

Sarebbe sufficiente farle anch’esse costare di più, assimilandole fiscalmente al lavoro subordinato. E implementare i controlli. 

 

(Paolo Nessi)

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