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IL CASO/ Quelle nuove certezze che valgono più del posto fisso

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Occorre in questo senso una strutturale riforma del mercato del lavoro che tocchi i temi degli ammortizzatori sociali, dei contratti e, soprattutto, del modello e dei sistemi di servizi per le persone e le imprese. Il termine più affine e ormai noto che certamente sintetizza un nuovo approccio alle politiche del mercato del lavoro è flexicurity. Un termine che indica l’introduzione di un modello di politiche per il lavoro focalizzato sui servizi alla persona. Consente garanzie economiche nei momenti di mancanza di lavoro, sviluppi interventi di formazione e consulenza, sia responsabilizzante verso la persona interessata, sia rivolto all’introduzione o reintroduzione nel mercato.

Nel dibattito attuale si delineano diverse priorità, tra le quali spicca quella relativa alla riduzione del numero dei contratti di lavoro. C’è chi sostiene che è una giungla formata da 46 contratti, ma in realtà i contratti sono 17 (molte sono fattispecie o specificazioni) e quelli che si applicano nella pratica sono 5: il tempo determinato, l’indeterminato, la somministrazione, l’apprendistato e il contratto a progetto. Alcuni di questi sono migliorabili sia nella direzione della flessibilità in uscita (il tanto citato articolo 18 dello Statuto dei lavoratori che interessa il contratto a tempo indeterminato), sia nella possibilità di prolungamento di un tempo massimo fissato in 36 mesi per i contratti a tempo determinato che rischiano oggi di creare situazioni di fuoriuscita “forzate” di lavoratori.

Ma per rispondere alle esigenze di migliorare l’occupabilità (rendere più efficiente ed efficace l’incontro tra domanda e offerta riducendo i posti liberi disponibili tenendo conto del percorso delle singole persone) e aumentare l’occupazione (nuovi posti di lavoro) non è più urgente investire nello sviluppare un sistema di servizi efficiente ed efficace, di cui siamo carenti e favorire lo sviluppo delle imprese per mettere in circolo nuove opportunità?

Nel nostro sistema molte persone in difficoltà sono abbandonate sostanzialmente a se stesse e non è un caso che in questi anni si sia riconosciuto, giustamente, che la famiglia è stata il primario sistema di erogazione degli ammortizzatori sociali, potremmo dire, un reale modello di flexicurity (ha sostenuto bisogni economici, umani ed è stata il punto di creazione di relazioni a supporto di attività di ricollocazione). Nel contempo il nostro Paese ha, con la riforma Biagi, ampliato la rete di Agenzie per il lavoro che possiedono migliaia di operatori sul territorio. Realtà private, imprese sociali istituzioni pubbliche che si trovano spesso ad agire solo in funzione di “logiche private/separate” (certamente positive, ma sottovalorizzate). Non esiste cioè un modello di governance dei servizi capace di valorizzare tale sistema in un’ottica sussidiaria e di cooperazione al fine di rendere maggiormente efficiente ed efficace il mercato del lavoro. È questo un aspetto senza il quale la flexicurity non è attuabile.