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Lavoro

LETTERA/ I giovani bamboccioni “contro” il posto fisso. Parola d'insegnante

Il posto fisso sta diventando uno temi del dibattito politico. GIANNI MEREGHETTI, osservando la realtà dei giovani, si accorge di quanto ci sarebbe da valorizzare nel loro atteggiamento

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Carissimi amici del Sussidiario, il posto fisso sta diventando una delle questioni serie di questo governo tecnico che annaspa tra problematiche di non poco conto, sulle quali si decide il futuro delle nuove generazioni. Io faccio parte di una generazione per la quale il posto fisso è stato uno dei cardini su cui abbiamo poggiato la nostra esistenza. Avere un posto di lavoro e averlo garantito per sempre e su questo potersi fare famiglia: questo è stato l’orizzonte in cui abbiamo camminato e con una certa sicurezza, perché avere un posto di lavoro dava e dà una possibilità di guardare alla vita con una discreta tranquillità.

Oggi non è più così, lo vivo e lo soffro questo cambiamento guardando i figli e le scelte lavorative che devono fare e rifare, me ne accorgo in modo devastante incontrando i giovani che vorrebbero insegnare e che si trovano davanti tanti e tanti ostacoli, se non porte chiuse e a doppia mandata. In questa situazione di chiaro disagio, mentre i politici e i sindacalisti discutono dell’idea di posto fisso e se oggi vi sia o non vi sia l’urgenza di cambiare mentalità, adattandosi alla situazione del mondo del lavoro, ciò che mi colpisce sono i giovani che giocano tutte le loro energie per trovare varchi di lavoro in cui realizzarsi.

È questa la novità, non che Monti e Angeletti discutano del posto fisso, ma che vi siano giovani capaci di affrontare una situazione oggettivamente difficile con nuove energie. Sono questi giovani, uno a uno, che cercano lavori in cui realizzare le loro aspirazioni, sono loro il fattore di novità dentro questa crisi epocale che porta anche dei mutamenti radicali nel costume. Questi giovani sono una sfida a una concezione vecchia, ideologica del lavoro; questi giovani sanno bene che cosa fare, sanno che ciò su cui puntare non è il mercato e le sue leggi, ma la loro umanità, la ricchezza delle risorse di cui loro dispongono. È il segno di qualcosa che sta effettivamente cambiando.

Se la politica al posto di perdersi in vuote discussioni valorizzasse questi giovani si farebbe qualcosa di positivo per tutti: sarebbe un modo intelligente di dare una direzione sicura alle aspirazioni delle generazioni di questi anni difficili.

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