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Lavoro

PENSIONI/ L'appello degli esodati: Cara Fornero, bastano 34 milioni per "salvarci"

ALESSANDRO COSTA, rappresentante dei dirigenti esodati Telecom, chiede al governo di applicare una deroga che consenta di sanare un’ingiustizia generata dalla riforma della Fornero

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Si sentono beffati, traditi, impotenti di fronte a una decisione ingiusta che sta sconvolgendo le loro vite. Le aziende che - per una serie di ragioni - non potevano più tenerli in carico, avevano proposto loro un accordo ben preciso: siccome gli mancavano pochi anni alla pensione, in cambio del licenziamento volontario avrebbero ricevuto un incentivo che li avrebbe accompagnati all’erogazione dell’assegno e di vivere dignitosamente fino ad allora. Poi, la riforma delle pensioni, entrata definitivamente in vigore dopo che anche il decreto Milleproroghe è stato convertito in legge, ha cambiato le regole in corsa. E, abolendo l’anzianità contributiva  e spostando in avanti l’età anagrafica, ha fatto degli esodati persone che non hanno più un lavoro e che dovranno aspettare 5-6-7 o anche 8 anni prima di andare in pensione, a fronte della promessa di poterci  andare entro 2 o 3. Costoro, nei 4 o 5 anni aggiuntivi, non avranno di che mantenere se stessi e le proprie famiglie. Alessandro Costa, ex dirigente Telecom e referente di un nutrito gruppo di esodati che hanno scritto alle più alte cariche istituzionali e al Parlamento per mettere in luce il loro problema, ci illustra la questione.

Anzitutto, chi siete?

Siamo lavoratori che, prima del 6 dicembre 2011 - data di entrata in vigore del decreto "Salva Italia" - abbiamo firmato un accordo di esodo con l’azienda per la quale lavoravamo, fissando la data di cessazione del rapporto di lavoro al 30 dicembre 2011. L’azienda, come condizione per l’uscita volontaria, ci ha corrisposto un certo numero di mensilità commisurate al periodo che mancava alla pensione.

Ci faccia un esempio.

A me mancavano 49 mesi per andare in pensione e mi hanno offerto 42 mensilità al netto dei benefit presi in precedenza e della contribuzione complementare. C’è chi, ad esempio, avrebbe dovuto aspettare 36 mesi e ha ricevuto 30 mensilità. Per il conteggio degli anni necessari per raggiungere i requisiti contributivi si sarebbe dovuto utilizzare il sistema vigente al tempo della sottoscrizione dell’accordo, quello delle quote.

E invece?

A fronte di questo scenario atteso, la riforma ha aggiunto dai 4 ai 5 anni.

Quindi? Per farci capire, nel suo caso cosa succede?