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Lavoro

ARTICOLO 18/ Dall’Europa una "lezione" su reintegro e indennizzo

GIUSEPPE SABELLA e PATRIZIA TIRABOSCHI ci mostrano come siano regolati i licenziamenti negli altri paesi europei, dove sembra esserci più flessibilità in uscita sul mercato del lavoro

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Quello dei “licenziamenti” è il capitolo ancora da affrontare, l’ultimo, il più delicato della riforma del lavoro. Sarà rivisto l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori e i tempi delle cause di lavoro dovrebbero essere velocizzati, cosa peraltro già prevista dal “Collegato Lavoro” del 2010. Il diritto di chi è stato licenziato a essere reintegrato nel posto di lavoro sarà limitato. Per il governo e Confindustria dovrebbe restare solo per i licenziamenti discriminatori. In tutti gli altri casi -licenziamenti per motivi economici e disciplinari - il lavoratore riceverebbe invece un indennizzo economico proporzionale all’anzianità di servizio (forse con un tetto pari a 18 mesi di retribuzione, come nel modello tedesco) deciso dal giudice o da un arbitro scelto tra le parti. L’esecutivo, tuttavia, sembrerebbe disponibile a rivedere e a rafforzare le tutele per i lavoratori delle aziende in regime di tutela obbligatoria, ovvero quelle con meno di 15 dipendenti per cui non vale l’articolo 18.

La Cisl vorrebbe che uscissero dal diritto al reintegro solo i licenziamenti per motivi economici (scatterebbe un indennizzo secondo una procedura sindacale, come per i licenziamenti collettivi), ma non quelli disciplinari. Naturalmente la Cgil non è d’accordo con la riforma dell’articolo 18, ma favorevole a stabilire norme per accelerare i processi riguardanti i licenziamenti. Le nuove regole sui licenziamenti, in ogni caso, si applicheranno inizialmente ai nuovi assunti, ma non è escluso che dopo un paio d’anni siano estese a tutti.

Nella lettura delle eterogenee soluzioni prospettate da Governo e Parti sociali non si può tuttavia dimenticare che la situazione regolatoria allo stato presente nel nostro ordinamento è atipica rispetto a quella presente nella maggior parte dei paesi europei a noi assimilabili sia in termini di economia, sia con riferimento alle ulteriori e diverse tutele normative in materia di mercato del lavoro.

In tal senso è opportuno rammentare che, nonostante la pressoché generalizzata presenza di normative a tutela del prestatore nella regolamentazione delle modalità di recesso da parte del datore di lavoro, allo stato attuale ben pochi paesi in Europa (solo Austria, Portogallo, Grecia e Svezia) prevedono barriere alla flessibilità in uscita analoghe a quelle italiane con riferimento agli effetti emergenti da un illegittimo licenziamento previste con l’articolo 18.


COMMENTI
15/03/2012 - 2 osservazioni. (Mariano Belli)

Intanto, non si capisce cosa ci sia di male ad essere "atipici" : per me ha una valenza negativa seguire il gregge....questione di punti vista....e di cultura. La seconda è l'azzeccato riferimento alla Bulgaria, perchè è evidente che là ci vogliono portare (confina anche con la Grecia...) sia come sviluppo economico che come diritti...una vera perla....