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Lavoro

DDL LAVORO/ Contratti e flessibilità, scoperti gli “autogol” della riforma

Il disegno di legge sulla riforma del lavoro compie un forte giro di vite sui contratti flessibili. GIUSEPPE SABELLA e PATRIZIA TIRABOSCHI ci spiegano con quali effetti

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Nel disegno di legge sulla riforma del lavoro approvato lo scorso 23 marzo dal Consiglio dei ministri è esplicito l’obiettivo di favorire una più equa distribuzione delle tutele dell’impiego, contenendo i margini di flessibilità progressivamente introdotti negli ultimi vent’anni, limitandone l’uso improprio e distorsivo - e quindi la precarietà che ne deriva - riconducendo questi ultimi all’uso proprio e previsto dal legislatore. La riforma si propone inoltre di realizzare un mercato del lavoro dinamico, flessibile e inclusivo, capace di contribuire alla crescita e alla creazione di occupazione di qualità, ripristinando al contempo la coerenza tra flessibilità del lavoro e istituti assicurativi.

Entrando nel merito, si è alzato il solito polverone sui licenziamenti e sull’articolo 18, ma molte più criticità per il mercato del lavoro e per l'occupazione potrebbero manifestarsi da questo giro di vite sui rapporti di lavoro flessibili; giro di vite che solo parzialmente si riferisce alla regolamentazione effettiva dei rapporti atipici, esplicando al contrario effetti sostanziali con riferimento al regime contributivo che aumenterà considerevolmente il costo del lavoro per le imprese che utilizzano e utilizzeranno tali tipologie contrattuali.

Si pensi per esempio alle modifiche che si prospettano con riferimento al contratto di lavoro a termine, nell’ambito del quale desta qualche perplessità il fatto che un rapporto di lavoro subordinato, soggetto alla disciplina applicata ai contratti di lavoro a tempo indeterminato e per il quale si vede applicabile il medesimo contratto collettivo nazionale di lavoro, debba essere soggetto a un incremento contributivo senza che ne derivi alcuna controprestazione migliorativa per gli interessati.

Tale previsione sembra operare esclusivamente quale deterrente alla stipula di tali contratti di lavoro e, seppur situata all’interno di un piano più esteso che vede per esempio la possibilità per il datore di lavoro di attivare il primo rapporto a termine senza necessità di causale, sembra orientata a gravare le imprese di costi aggiuntivi nella gestione organizzativa flessibile che i mercati ci impongono. Ciò senza contare che, anche in riferimento alla disciplina regolatoria del rapporto, non poche criticità presenterà, dal punto di vista sostanziale, la computazione nel periodo massimo di durata del rapporto a termine (36 mesi) degli eventuali rapporti di lavoro in somministrazione che il lavoratore abbia già intrattenuto con l’impresa.

Altrettanto possiamo dire dell’incremento contributivo a carico dei co.co.pro., che vedranno da qui al 2018 aumentare di 6 punti percentuali il loro prelievo previdenziale, senza ricevere in cambio alcun beneficio sul piano della prestazione. Anche in questo caso per tale tipologia contrattuale sono in arrivo presunzioni onerose per il datore di lavoro che si vedrà considerati quali rapporti subordinati collaborazioni per attività analoghe a quelle svolte dai dipendenti, senza che sia considerata l’eventuale (ed evidentemente essenziale!) modalità di svolgimento del rapporto, prescindendo dal principio, storicamente enunciato dalla giurisprudenza, secondo il quale qualsiasi attività lavorativa può essere svolta in forma autonoma o subordinata. Ciò che le imprese temono sono i maggiori costi, anche in termini di contenzioso, che possono gravare sulle stesse ingessando ulteriormente un mercato già bloccato.


COMMENTI
29/03/2012 - Senza vergogna (Mariano Belli)

Sig. Alessandro Costa, lei si deve solo vergognare a parlarmi in questo modo : l'odio lo sta sollevando lei e quelli come lei che vogliono ridurre le famiglie dei lavoratori sul lastrico. Io sono una persona normale, non un sindacalista, non un ex-sessantottino o cose simili. E quando persone normali, non ideologizzate, come me e come tanti che conosco, arrivano a questo grado di esasperazione, è perchè si è passato il segno. E se lei parla in questo modo, è perchè è evidente che non ha altri argomenti con cui ribattere, e le rimane solo l'attacco personale. Pertanto, aspetto risposte sui problemi delle famiglie : problemi che una volta stavano a cuore alle forze di ispirazione cristiana, non alla CGIL o alla FIOM! Ora dove sono spariti tutti????

 
29/03/2012 - Nessuno che parla più? (Alessandro Costa)

Buongiorno sig. Giustizia Popolare, nessuno che parla più o lei e i soliti noti che parlano troppo e sempre delle stesse cose? La ruota gira e il mondo cambia sig. Giustizia Popolare, e voi siete fermi agli anni Settanta. Parlate ancora con quel linguaggio e di quelle cose... Guardatevi attorno, ma senza i pregiudizi che avete nel sangue... mentre qualche anima nobile col sangue ha pagato l'odio che voi sollevate. Cordiali saluti sig. Giustizia Popolare

 
29/03/2012 - Se si dissolve il polverone... (Mariano Belli)

Non credo proprio che la questione legata all'art.18 si possa ridurre a "solito polverone". Allora, faccio un attimo io chiarezza : nessuno si illuda di poter scaricare su padri (e ovviamente madri) di famiglia i costi di questa scellerata riforma. Se il conto sarà presentato a noi, non resteremo inermi. Nessuno si illuda! P.S. impressionante come tutte le voci di politici e religiosi che un tempo si levavano a difesa della famiglia, oggi siano state messe a tacere (o tacciano per convenienza) : non c'è più nessuno che ne parla!