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IL CASO/ La "concorrenza" che aiuta a creare lavoro

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Si sperava, quindi nel maggior consenso possibile tra governo e parti sociali per modernizzare la legislazione del mercato del lavoro italiano e si trattava di introdurre normative volute e già introdotte in Europa, non certamente della volontà di un individuo. Il Libro Bianco, inoltre, suggeriva agli Stati membri di adottare iniziative che favorissero la riorganizzazione degli orari di lavoro, senza però tentare di imporre la riduzione per via legislativa. In sintesi, si voleva adeguamento e miglioramento del quadro normativo di riferimento in materia di politiche del lavoro. Gli strumenti per raggiungere tali obiettivi dovevano essere: la negoziazione di un equilibrio migliore in tema di tutela sociale fra lavoratori permanenti e lavoratori a tempo determinato, in modo che sia le imprese che i lavoratori potessero scegliere il modello di lavoro preferito; l’incoraggiamento della riduzione della settimana lavorativa (utilizzando maggiormente gli impianti, se necessario, e tutelando la competitività).

La globalizzazione aveva minato alla base il modello garantista di tutela del lavoro dipendente, l’idea del lavoro fisso per tutta la vita, che aveva accompagnato generazioni di italiani ed europei, sembrava essere tramontato. Le differenziazioni dell’organizzazione del lavoro sembrano allo scrivente funzionali all’interesse, in primis, dell’impresa e troverebbero la loro ratio economica nella necessità per l’imprenditore di affrontare la globalizzazione dei mercati, e la loro ratio sociale nell’aumentare la domanda di lavoratori, seppur flessibili. A ben vedere, se si pensa che già prima della 276/2003, che introdusse una differenziazione tipologica del contratto di lavoro standard, si lavorava, spesso, senza alcuna protezione, “in nero”, forse si è indotti a ritenere che il cosiddetto lavoro precario non sia poi così male, seppur esso non deve diventare la regola.

“Il contratto di lavoro stabile a tempo pieno e indeterminato non è più la stella polare del diritto del lavoro” []: le normative sul lavoro si indirizzarono, quindi, verso la flessibilizzazione dei rapporti contrattuali, convinti che anche di questo aveva bisogno l’impresa per divenire concorrenziale. Si ebbe “l’introduzione di nuovi e flessibili modelli di impiego di manodopera, per lo più concorrenziali o alternativi al modello tipico; la valorizzazione delle diverse espressioni di lavoro autonomo e professionale” []. La conseguenza della flessibilizzazione del rapporto di lavoro influisce necessariamente sulle dinamiche previdenziali. La flessibilità, di conseguenza, impone allo Stato una riflessione, che si trascina da decenni ormai, sulla necessaria riforma del Welfare- State sull’impronta dei paesi del Nord Europa. L’invecchiamento della popolazione, infatti, non è solo un problema italiano, ma di diversi Paesi europei ed è conseguenza di due elementi: il calo di natività e l’allungamento della speranza di vita.

 

[1] U. Romagnoli, Il lavoro in Italia, Bologna, 1995, così in A. Perulli, interessi e tecniche , cit. p. 340.

 

[2] In italia, nell’ultimo decennio, si contano oltre 5 milioni di lavoratori occupati nell’area del lavoro atipico. Vedasi G. Altieri-M. Carrieri (a cura di), Il popolo del 10 %. Il boom del lavoro atipico, Roma, 2000, p. 152 ss.


COMMENTI
03/03/2012 - Alla base del problema (Mariano Belli)

Il punto fondamentale della questione è : l'organizzazione del lavoro deve essere figlia (e schiava) dell'economia, quindi di una società basata sulla legge del più forte, oppure è un ideale di società (solidale, vivibile, umana, cristiana), che deve prevalere e di conseguenza organizzare anche il lavoro? Perchè qui si da sempre per scontato che ci troviamo in una jungla e che il capitale va sempre servito.... E invece...c'è chi dice no!