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DDL LAVORO/ Articolo 18 e flessibilità, meglio il "modello americano"

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A questo punto, risulta evidente come nel 2012 si renda necessario un ripensamento sui tempi previsti per il periodo di prova. Il problema per il datore di lavoro non è certo quello di licenziare, ma di poter conoscere la persona che entra nella sua azienda, così come il dipendente deve avere la possibilità di ambientarsi nel suo luogo di lavoro senza l’ansia di dover dimostrare chissà cosa nel brevissimo periodo. Ritengo che un periodo di prova di 6 mesi sia ragionevole per permettere questa conoscenza reciproca. I contratti a termine sono stati pensati dal legislatore per il loro carattere stagionale o temporaneo, e non a caso richiedono specifiche motivazioni. Se il datore di lavoro e il lavoratore hanno la possibilità di questa conoscenza reciproca più approfondita di quanto è possibile adesso, è inevitabile che la valutazione del rapporto sia molto più franca e oggettiva. In questo modo, ne sono certo, vedremmo molti più contratti a tempo indeterminato perché più attinenti alla realtà aziendale e allo stesso tempo a quella normativa. 

Questo aspetto non è stato minimamente sollevato dalle parti in causa. Anzi, si parla di precarietà senza nemmeno chiedersi quale ne sia l’origine, e come soluzione più immediata ci si arrabatta alla ricerca di qualche colpevole. Ne consegue che la riforma del lavoro di cui leggiamo appare come strozzata, perché si cerca di diminuire la flessibilità in entrata semplicemente aumentando i costi dei contratti a termine, passando dalla precarietà al diretto blocco delle assunzioni. Si costringono i giovani a intraprendere l’apprendistato per forza, quasi fosse l’unica modalità di inserimento. Non che sia sbagliata, si badi, ma non può diventare l’unico canale percorribile.

Sull’articolo 18, poi, si è fatta una bagarre fuori dalla realtà. A oggi il reintegro per i lavoratori che hanno diritto alla cosiddetta tutela reale non lo decide il giudice, ma il lavoratore stesso, che per il 98% dei casi sceglie a favore di un copioso indennizzo piuttosto che rientrare in un luogo di lavoro in cui non è accettato. Il licenziamento per riorganizzazione e per motivi economici è già in parte previsto dal nostro ordinamento: un’azienda in crisi, infatti, può aprire una procedura di licenziamento collettivo in concertazione con i sindacati in favore di una ristrutturazione aziendale che preservi anche gli altri posti di lavoro. Questa procedura rimane in vigore (la cosiddetta mobilità) e un’azienda per licenziare un dipendente con indennizzi che vanno dalle 15 alle 27 mensilità, come previsto dalla nuova riforma, si ritrova ad avere maggiore convenienza a licenziarne cinque.


COMMENTI
31/03/2012 - Per il sig.Giuseppe (Mariano Belli)

Ci mancherebbe, mi auguro che prosperino e che gli vada tutto bene....magari in uno stato che non li tartassi...le cosiddette forze sociali non dovrebbero combattersi l'un l'altra, ma coalizzarsi contro i banchieri : a loro si che auguro le peggiori sfortune, per tutto quello che di male ci stanno causando.

 
31/03/2012 - Meglio modelli più affini al'ITALIA (francesco oglialoro)

La proposta qui avanzata di allungare i tempi di prova da 3 a 6 mesi al fine di creare un rapporto conoscitivo ancor più che fiduciario sia giusta (sempre ed esclusivamente nell'ambito del lavoro).Credo invece che sia giusto che la flessibilità venga meglio pagata dei contratti stabili perché il carattere stesso del contratto prevede una scadenza che risponde a una momentanea necessità dell'azienda.La scelta dell'apprendistato come contratto per una futura possibile stabilizzazione,sia giusta purché abbia costi bassi senza penalizzare il lavoratore,agendo su defiscalizzazioni per le aziende e contributi previdenziali contenuti per il lavoratore.Sul'art 18 la rivoluzione sta nel fatto che nel licenziamento per problemi economici illegittimi non ce la reintegra.Credo che la proposta iniziale di allungare da 3 a 6 mesi il periodo di prova (la quale sono d'accordo)sia vanificata dalla modifica del'art 18,inoltre il 98% dei lavoratori che hanno il diritto alla tutela reale optano per l'indennizzo piuttosto che alla reintegra è chiaro che la modifica del'art 18 sia strumentale al fine di concedere una rivincita ideologica a quei partiti che hanno fallito in passato e che non ha nulla a che vedere con i problemi delle aziende (riscossione dei crediti avanzati dallo stato,innovazione tecnologica,ricerca scientifica,accorpamento).L'america ha 50 mil.di disoccupati,noi non abbiamo materie prime,e siamo un Paese prevalentemente manufatturiero.Modello inapplicabile.

 
30/03/2012 - Concordo (Antonio Servadio)

Quel che ha scritto il/la Sig./a Giustizia Popolare lo sottoscrivo appieno, sono osservazioni pertinenti, esatte e rilevanti.

 
30/03/2012 - D'accordo con Vitez (Giuseppe Crippa)

Premetto che attribuisco a questo Governo ed al ministro Fornero in particolare il grande merito di aver coraggiosamente gettato un sasso nello stagno di una legislazione del lavoro del tutto inadeguata a rispondere alle sfide della presente situazione economica. Concordo con Alberto Vitez sul fatto che questo testo della riforma del lavoro sia perfettibile, sia per quanto attiene la durata dei periodi di prova che per la gestione di licenziamenti (singoli o di piccoli gruppi) per ragioni di carattere economico. Anch'io ho visto coi miei occhi aziende intraprendere licenziamenti collettivi di gruppi più ampi di persone allo scopo di recidere piccoli « rami secchi »... Sono convinto che da un dialogo pacato tra parlamentari anche di opposti schieramenti (mi riferisco ovviamente agli schieramenti «pre Monti») che si svolga per esempio nell'ambito dell'Intergruppo per la Sussidiarietà potrebbero uscire utili emendamenti... All'anonimo lettore che definisce (correttamente) i lavoratori come persone con legittimi diritti ricordo che anche i datori di lavoro (ed anche gli azionisti di grandi aziende) sono persone con altrettanto legittimi diritti. O non sono persone? O non hano diritti ma solo il dovere di farlo lavorare?

 
30/03/2012 - Ragionamenti (Mariano Belli)

Giusto ragionarci sopra, ma ripartirei da questa frase : "dalla certezza del lavoro alla certezza della possibilità". Allora, proprio per ragionare su tutto il problema, qualcuno mi sa dire di cosa deve campare uno che perde il lavoro (e che magari ha figli) se per ritrovarne un altro impiega più di un anno (tempo limite del sussidio) : deve andare alla mensa dei poveri? E intanto IMU, bollette, condominio...chi glieli paga? Faccio notare che in caso di licenziamento economico, per avere le mensilità bisogna prima poter provare al giudice che il licenziamento era senza giusta causa, e comunque passano anni......il problema è che tutta la riforma è guardata dal punto di vista degli interessi del capitale e non dei diritti delle persone. Si ragioni anche su questo, perchè altrimenti non ci sarà soluzione! Dal mio punto di vista, il lavoro non serve al capitale ma alla vita delle persone, come dice non la CGIL ma la dimenticata dottrina sociale della Chiesa...