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Lavoro

DDL LAVORO/ Articolo 18 e flessibilità, meglio il "modello americano"

Nel dibattito che sta accompagnando la riforma del lavoro, scrive ALBERTO VITEZ, non ci si è chiesti qual è l’origine dei problemi e non si è scommesso sulla libertà delle persone

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Caro direttore,

Il dibattito che imperversa da settimane sulla riforma del lavoro mi ha suscitato alcune considerazioni che avrei piacere di condividere con lei. Seguendo per lavoro il personale in un’azienda, mi occupo quotidianamente di diritto del lavoro e quel che sento riecheggiare sui giornali e in televisione mi coinvolge direttamente. Innanzitutto una premessa. Mi pare proprio che il dibattito mediatico su questo argomento abbia un vizio di fondo: la scarsa conoscenza della materia di cui si discetta da parte dei vari protagonisti. Si parla infatti della flessibilità in entrata e in uscita dal lavoro come causa di precarietà, senza che nessuno abbia l’ardire di chiedersi che cosa ci sia all’origine di questa precarietà. In questo modo, senza andare a fondo del problema posto dalla realtà delle cose, ognuno si fa difensore del proprio piccolo pezzo di terra senza guardare la totalità dei problemi, senza uno sguardo d’insieme.

Detto ciò, arriviamo alla pietra di scandalo: la flessibilità. È chiaro ed evidente ai più che una rigidità in entrata nel mercato del lavoro debba collegarsi necessariamente a una flessibilità in uscita estrema (licenziamenti realmente più semplici di quanto accade ora); viceversa, un’estrema flessibilità in entrata comporta una rigidità in uscita in risposta ai sacrifici della precarietà passata. Appare quindi evidente come la soluzione migliore sia un punto di equilibrio che non si racchiuda nel solo e tanto esasperato articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Il problema della flessibilità in entrata - oggi ricondotto all’abuso dei contratti a termine da parte delle imprese - ha la sua origine non nella rinuncia delle aziende ai cosiddetti costi fissi, ma nel timore di colui che deve assumere di vincolare “sine die” un posto di lavoro a una persona che nemmeno si conosce.

La maggior parte delle aziende replicherà a chi gli imputa l’abuso di contratti a termine che questi sono pensati nell’ottica di una “prova” dilazionata nel tempo del dipendente appena assunto. Basterebbe osservare la realtà dei fatti da questa diversa prospettiva per ribaltare il problema. Infatti, tranne il caso di cariche manageriali, i periodi di prova previsti dai contratti collettivi nazionali di lavoro vanno dagli 8 giorni ai 2/3 mesi. Troppo poco, quindi. È evidente che a queste condizioni, con questi tempi così limitati e non ragionevoli, i protagonisti della vicenda - cioè, il datore di lavoro e i dipendenti - non hanno possibilità alcuna o quasi di creare un legame fiduciario. La conseguenza di tutto ciò è, come detto, il proliferare di contratti a tempo determinato, e invece della fiducia dentro l’azienda avanza il clima del sospetto reciproco.


COMMENTI
31/03/2012 - Per il sig.Giuseppe (Mariano Belli)

Ci mancherebbe, mi auguro che prosperino e che gli vada tutto bene....magari in uno stato che non li tartassi...le cosiddette forze sociali non dovrebbero combattersi l'un l'altra, ma coalizzarsi contro i banchieri : a loro si che auguro le peggiori sfortune, per tutto quello che di male ci stanno causando.

 
31/03/2012 - Meglio modelli più affini al'ITALIA (francesco oglialoro)

La proposta qui avanzata di allungare i tempi di prova da 3 a 6 mesi al fine di creare un rapporto conoscitivo ancor più che fiduciario sia giusta (sempre ed esclusivamente nell'ambito del lavoro).Credo invece che sia giusto che la flessibilità venga meglio pagata dei contratti stabili perché il carattere stesso del contratto prevede una scadenza che risponde a una momentanea necessità dell'azienda.La scelta dell'apprendistato come contratto per una futura possibile stabilizzazione,sia giusta purché abbia costi bassi senza penalizzare il lavoratore,agendo su defiscalizzazioni per le aziende e contributi previdenziali contenuti per il lavoratore.Sul'art 18 la rivoluzione sta nel fatto che nel licenziamento per problemi economici illegittimi non ce la reintegra.Credo che la proposta iniziale di allungare da 3 a 6 mesi il periodo di prova (la quale sono d'accordo)sia vanificata dalla modifica del'art 18,inoltre il 98% dei lavoratori che hanno il diritto alla tutela reale optano per l'indennizzo piuttosto che alla reintegra è chiaro che la modifica del'art 18 sia strumentale al fine di concedere una rivincita ideologica a quei partiti che hanno fallito in passato e che non ha nulla a che vedere con i problemi delle aziende (riscossione dei crediti avanzati dallo stato,innovazione tecnologica,ricerca scientifica,accorpamento).L'america ha 50 mil.di disoccupati,noi non abbiamo materie prime,e siamo un Paese prevalentemente manufatturiero.Modello inapplicabile.

 
30/03/2012 - Concordo (Antonio Servadio)

Quel che ha scritto il/la Sig./a Giustizia Popolare lo sottoscrivo appieno, sono osservazioni pertinenti, esatte e rilevanti.

 
30/03/2012 - D'accordo con Vitez (Giuseppe Crippa)

Premetto che attribuisco a questo Governo ed al ministro Fornero in particolare il grande merito di aver coraggiosamente gettato un sasso nello stagno di una legislazione del lavoro del tutto inadeguata a rispondere alle sfide della presente situazione economica. Concordo con Alberto Vitez sul fatto che questo testo della riforma del lavoro sia perfettibile, sia per quanto attiene la durata dei periodi di prova che per la gestione di licenziamenti (singoli o di piccoli gruppi) per ragioni di carattere economico. Anch'io ho visto coi miei occhi aziende intraprendere licenziamenti collettivi di gruppi più ampi di persone allo scopo di recidere piccoli « rami secchi »... Sono convinto che da un dialogo pacato tra parlamentari anche di opposti schieramenti (mi riferisco ovviamente agli schieramenti «pre Monti») che si svolga per esempio nell'ambito dell'Intergruppo per la Sussidiarietà potrebbero uscire utili emendamenti... All'anonimo lettore che definisce (correttamente) i lavoratori come persone con legittimi diritti ricordo che anche i datori di lavoro (ed anche gli azionisti di grandi aziende) sono persone con altrettanto legittimi diritti. O non sono persone? O non hano diritti ma solo il dovere di farlo lavorare?

 
30/03/2012 - Ragionamenti (Mariano Belli)

Giusto ragionarci sopra, ma ripartirei da questa frase : "dalla certezza del lavoro alla certezza della possibilità". Allora, proprio per ragionare su tutto il problema, qualcuno mi sa dire di cosa deve campare uno che perde il lavoro (e che magari ha figli) se per ritrovarne un altro impiega più di un anno (tempo limite del sussidio) : deve andare alla mensa dei poveri? E intanto IMU, bollette, condominio...chi glieli paga? Faccio notare che in caso di licenziamento economico, per avere le mensilità bisogna prima poter provare al giudice che il licenziamento era senza giusta causa, e comunque passano anni......il problema è che tutta la riforma è guardata dal punto di vista degli interessi del capitale e non dei diritti delle persone. Si ragioni anche su questo, perchè altrimenti non ci sarà soluzione! Dal mio punto di vista, il lavoro non serve al capitale ma alla vita delle persone, come dice non la CGIL ma la dimenticata dottrina sociale della Chiesa...