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Lavoro

INDAGINE/ C’è uno "spread" che fa bene al lavoro

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Il ranking dei consensi rispetto al guadagno vede al primo posto gli albanesi (96%) e all’ultimo i danesi (54%), che vivono nel paese con la flexsecurity più avanzata; gli italiani si collocano al 36° posto con un valore inferiore alla media generale (76% vs. 84%). L’analogo ranking per la sicurezza del posto vede al primo posto i turchi (97%) e all’ultimo posto i francesi (27%), mentre gli italiani si collocano al 20° posto, al di sopra della media generale (75% vs. 70%). Rispetto ai cittadini dell’Europa a 15 gli italiani risultano più attaccati alla sicurezza del posto di lavoro, in linea con i residenti nei paesi con economie di mercato più giovani e più fragili.

 

Ci sono differenze particolari tra gli italiani riguardo la sicurezza del lavoro?

 

La sicurezza del “posto” trova decisamente sensibili sia i disoccupati (cosa del tutto comprensibile), sia i pensionati, cioè i più anziani, verosimilmente preoccupati non tanto per se stessi quanto per i loro discendenti più giovani. La socializzazione al lavoro stabile è stata peraltro un tratto tipico delle generazioni più anziane cresciute nella fase fordista dell’industrializzazione. Gli occupati avvertono questa tematica in misura inferiore alla media, risultano però particolarmente sensibili al bisogno di conseguire obiettivi costruttivi attraverso il lavoro, che è dunque visto non tanto come un peso, quanto come un’espressione del desiderio di conseguire mete positive.

 

In Italia riusciamo ancora a conciliare famiglia e lavoro?

 

La centralità attribuita sia alla famiglia che al lavoro nell’ambito della vita quotidiana segnala il desiderio e nello stesso tempo la necessità di conciliare tra loro questi aspetti, non solo sul piano soggettivo, ma anche dal lato dell’organizzazione sociale. Sotto questo aspetto il bilancio risulta però assai deludente se si guarda anzitutto alla bassa natalità che affligge da decenni gli italiani e alla correlata carenza di servizi sociali e di tempi di lavoro a sostegno della conciliazione tra carichi familiari e impegno lavorativo (asili nido, tempo scolastico prolungato, part time, congedi parentali, ecc.). Questa situazione già di per sé negativa viene inoltre aggravata.

 

Da che cosa?

 

Dallo sfavorevole trattamento fiscale della famiglia con figli minori a carico che richiederebbe l’introduzione, anche nel nostro Paese, del cosiddetto quoziente familiare, per rendere possibile una scelta più libera tra lavoro extradomestico e lavoro di cura intrafamiliare. Sul piano pratico, la conciliazione tra famiglia e lavoro permane a carico soprattutto sulle donne, con effetti negativi sulla loro entrata o sulla loro permanenza nel mercato del lavoro. Una situazione complessiva sempre più difficile da sostenere, considerato anche l’allungamento dell’età lavorativa richiesta dalla sostenibilità della spesa pensionistica.

 

L’Italia è stata spesso accusata di non avere una “etica del lavoro”, diversamente da altri paesi europei. È così?

 

I risultati dell’indagine smentiscono questo luogo comune: l’etica del lavoro è un punto di forza del nostro popolo, che invece resta relativamente debole su altri aspetti dell’etica pubblica e del senso civico. L’idea che il lavoro abbia in sé una serie di potenzialità espressive e svolga funzioni educative riconducibili sinteticamente al valore dell’operosità e della responsabilità non risulta indebolita dall’incerta congiuntura economica e sociale in cui viviamo, semmai è potenziata con una gamma di posizioni.

 

Di che cosa si tratta?