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Lavoro

INDAGINE/ C’è uno "spread" che fa bene al lavoro

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Esse spaziano dall’“antiopportunismo” che considera lesivo della dignità personale ricevere denaro senza averlo “guadagnato” con il proprio impegno, allo “stakanovismo” (per il quale il lavoro deve essere messo sempre al primo posto). Le risposte ottenute pongono al primo posto l’idea che il lavoro è condizione necessaria per superare la pigrizia (d’accordo: 74%), per dispiegare appieno le proprie doti (d’accordo: 71%), per collaborare responsabilmente al bene comune della società (d’accordo 68,6%), per evitare l’opportunismo e l’assistenzialismo (65%), mentre risulta poco condivisa ogni sorta di stakanovismo (d’accordo: 46%) che implica il sacrificio anche del tempo libero. Sulla base di questi indicatori è stato costruito un indice di centralità del lavoro.

 

Questo indice mette in evidenza qualcosa di interessante?

 

Risulta che la maggioranza degli intervistati (56%) si colloca in posizione intermedia; il 27% attribuisce un’alta centralità al lavoro e la parte restante (17%) una bassa. In relazione alle singole professioni, la centralità del lavoro è massima tra gli artigiani, gli operai specializzati, i coltivatori diretti e i braccanti agricoli, i militari e i poliziotti; di conseguenza, l’alta considerazione per il lavoro è più diffusa tra i ceti medi autonomi rurali e urbani e i ceti operai; la centralità del lavoro è invece più bassa tra i membri delle classi dipendenti medio-basse, formate principalmente da impiegati esecutivi.

 

Ci sono dati interessanti relativi ai giovani, che spesso vengono accusati di aver smarrito il senso e l’importanza del lavoro?

 

In contrasto con diffusi luoghi comuni, la visione emancipativa del lavoro e la voglia di lavoro per sviluppare le proprie doti ottengono le maggiori preferenze anche tra i più giovani (18-24 anni) che in tal modo evidenziano un implicito disappunto per le difficoltà di accesso al mondo del lavoro, considerato come diritto negato piuttosto che come condanna da evitare. La frequente dipendenza economica dalle famiglie d’origine rende i giovani più cauti nel “demonizzare” il denaro non guadagnato; decisa è peraltro la loro contrarietà a un’idea stakanovistica del lavoro a scapito del tempo libero, facendo intravedere una dialettica tra voglia di lavoro e propensione al sacrificio oltre i livelli ritenuti “equi” e “sostenibili” . È però sintomatico che i 30-34 enni, maggiormente inseriti nel mondo del lavoro accettino maggiormente l’ipotesi di sacrificare il tempo libero al lavoro.

 

Lei rileva che la dimensione “pratica” convive con quella “espressiva”. Alla luce dei dati complessivi del lavoro da lei coordinato, come si evolverà in futuro questo equilibrio?