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8 MARZO/ Il "doppio no" che separa le donne da famiglia e lavoro

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Attraverso la somministrazione di un questionario sul web, al quale hanno risposto quasi 2800 donne, sono emerse con chiarezza le difficoltà tanto delle donne che hanno scelto di avere figli - divise in maggioranza tra le “acrobate” e le “sfiduciate”, e solo in minima parte soddisfatte -, quanto di quelle che non ne hanno - nella gran parte dei casi perché vedono ostacoli legati al reddito, al lavoro, o ai tempi della conciliazione.

La stigmatizzazione della maternità, imprevisto insostenibile - che determina, ad esempio, la raccomandazione di liberarsi da “legami familiari” per essere assunte, l’aumento esponenziale delle dimissioni dopo la gravidanza, e la moltiplicazione delle difficoltà per chi tenta di resistere - va così di pari passo con il rischio del “doppio no”, vale a dire la rinuncia forzata sia a una buona collocazione lavorativa - data dall’emarginazione retributiva e inquadramentale - sia ai figli, per ragioni economiche o per il superamento dell’età biologica.

Che siano madri o non madri, le donne sul lavoro pagano la rigidità, l’uniformazione forzata, l’incapacità di guardare allo specifico e di comprenderlo, nel senso più pieno del termine. Iniziative, provvedimenti e misure per cambiare la situazione scaturiscono anzitutto da questa comprensione. Occorre la disponibilità a considerare il problema del lavoro in un’ottica sistemica, ma allo stesso tempo sfaccettata, rifiutando di trasformare la parità in livellamento, evitando di abbandonarsi a diagnosi e quindi a soluzioni tanto generaliste quanto approssimative.

Non soltanto la conquista del rispetto per le donne passa principalmente da qui: ma la possibile via d’uscita dalla crisi, oggi, segue lo stesso tracciato.

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