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ARTICOLO 18/ Licenziamenti economici, una "falsa" riforma che ci riporta indietro

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La gravosità dell’indennizzo sarebbe poi stata sufficiente - nelle intenzioni del governo - a dissuadere le imprese dal procedere comunque con licenziamenti ingiustificati. Si consideri che oggi la sanzione del reintegro può essere sostituita dal lavoratore con la corresponsione di un indennizzo pari a 15 mensilità. Comunque, la riforma aveva il suo pezzo forte nella modifica della disciplina dei motivi economici e non è affatto vero che riguardasse ipotesi insignificanti e residuali. Le accese reazioni, soprattutto quelle negative, alla riforma, stanno a dimostrare che di modifiche effettive si trattava e non solo di facciata.

Ma ora tutto è nuovamente cambiato. Si torna - credo - al passato. Non a caso i giornali hanno titolato il nuovo mutamento di rotta del governo con un chiaro “torna il reintegro”. Più che altro, credo che le ultime novità pongano questioni di coesione interna alla nuova normativa. In sostanza, la modifica dell’articolo 18 non pare più avere una sua ragione ben precisa, un suo peso specifico. O si tratta di lasciare le cose come sono ora; oppure mi pare risulterà di ben difficile applicazione.

Intanto, si aumenta la complessità: anche in caso di licenziamenti per motivi economici, infatti, viene prevista la scelta del giudice se riconoscere l’indennizzo oppure (ancora) il reintegro “in caso di manifesta insussistenza dei motivi addotti”. In buona sostanza, anche nell’ipotesi di licenziamento per motivi economici, che costituiva l’ipotesi più innovativa della riforma, sarà il giudice a scegliere tra indennizzo e reintegrazione. E il discrimine tra la scelta sarebbe la “manifesta insussistenza dei motivi”.

A questo punto, però, la riforma non tiene più. Prima di quest’ultimo cambiamento, in caso di licenziamento dovuto - per esempio - a una riorganizzazione d’impresa comportante la soppressione del posto di lavoro, le ipotesi configurabili erano due. O l’impresa dimostrava la sussistenza del motivo economico, e allora il licenziamento risultava giustificato, senza alcuna sanzione né economica, né risarcitoria. Oppure il motivo economico non veniva provato, e allora l’impresa era condannata dal giudice al pagamento della (sola) sanzione economica, con la grande novità dell’inapplicabilità della sanzione del reintegro. Adesso, invece, nello stesso caso, sarebbero previste addirittura tre ipotesi: o il motivo economico sussiste, oppure non sussiste e in questo caso il giudice dovrebbe decidere se applicare l’indennizzo oppure la reintegrazione qualora vi sia “manifesta insussistenza” del motivo.

Sennonché, il motivo economico sussiste o non sussiste. Non mi pare possa essere individuabile l’ulteriore categoria della “manifesta” insussistenza. Che significa? O l’accampata riorganizzazione dell’impresa esiste ed è tale da giustificare il licenziamento, oppure non esiste o non è tale da giustificare il licenziamento. Non siamo nel campo del licenziamento disciplinare che può comportare una gradualità di situazioni, di cui solo le più gravi sono atte a legittimare il licenziamento. Qui il motivo economico che legittima la soppressione del posto di lavoro o c’è o non c’è. Non mi pare possa individuarsi l’ulteriore concetto del “manifestamente non c’è”.