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Lavoro

ARTICOLO 18/ Licenziamenti economici, una "falsa" riforma che ci riporta indietro

Il disegno di legge sulla riforma del lavoro ha portato a delle novità sull’articolo 18. Ma con l’ultima versione, spiega STEFANO SPINELLI, rischia in realtà di non cambiare nulla

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“Cambiare tutto per non cambiare niente”? È questo l’inquietante interrogativo che prendo in prestito dalla gattopardesca frase del Tancredi riferita alla Sicilia nel corso del 1860 (“Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi”), e che oggi mi viene da associare - chissà perché - alla riforma dell’articolo 18 e dei licenziamenti, presentata alle Camere dal governo Monti, dopo una lunga e travagliata gestazione che ha visto un colpo di coda a effetto.

Com’è noto si era partiti da annunci roboanti: occorre riformare il mondo del lavoro e agevolare la flessibilità (oltre che in entrata) anche in uscita, in quanto l’Italia è l’unico Paese dove vige una legislazione molto rigida che prevede - in ogni caso - la reintegrazione del lavoratore ingiustamente o erroneamente licenziato (mi riferisco alle imprese che superino un numero minimo di dipendenti).

Era stata formulata una bozza che si diceva essere ispirata al modello tedesco e che prevedeva: il mantenimento del reintegro, nel caso in cui si licenzi un lavoratore per motivi che in giudizio vengano accertati come discriminatori (per la sua affiliazione sindacale, per la sua partecipazione a scioperi o per motivi legati a posizioni politiche, religiose, per motivi razziali, culturali o sessuali); la scelta giudiziale tra reintegro e un indennizzo - peraltro non indolore, ossia tra 15 e 27 mensilità - qualora il licenziamento venga assunto per motivi disciplinari rivelatisi inconsistenti; la corresponsione del solo indennizzo per i licenziamenti assunti per motivi economici, e quindi accampando ragioni produttive e organizzative dell’azienda non dimostrate in sede giudiziale (si tratta di quei licenziamenti che oggi si dicono sforniti di giusta causa oggettiva e per i quali è prevista sempre la reintegrazione del lavoratore).

Pur nella complessità della proposta di modifica, più o meno condivisibile a seconda delle diverse letture del mondo del lavoro, tra difesa della stabilità del posto di lavoro e ricerca della flessibilità, bisogna pur dire che detta proposta aveva un suo senso ben preciso. Si cambiava bene o male la legislazione vigente e si sostituiva la sanzione della reintegrazione del lavoratore illegittimamente licenziato con quella economica di un consistente indennizzo, fino a 27 mensilità, per tutte quelle ipotesi di licenziamenti non giustificati, ma non gravissimi, ossia non discriminatori, né pretestuosi o ritorsivi, cioè non intimati per motivi disciplinari del tutto inesistenti o peggio per vendetta, solo per i quali avrebbe continuato ad applicarsi la sanzione della reintegra.