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DDL LAVORO/ Il contratto a tempo indeterminato toglierà lavoro ai giovani

La riforma del lavoro, il cui disegno di legge ha ormai cominciato il suo iter parlamentare, penalizza, spiega LUCA SOLARI, i soggetti già deboli sul mercato

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Il disegno di legge del Governo sulla riforma del mercato del lavoro si avvia al suo percorso parlamentare accolto dalla sola voce dissonante di Confindustria. La sua lunga gestazione è il sintomo più chiaro del rallentamento pericoloso dell’azione del Governo che, dopo lo strattone sulla riforma delle pensioni, appare impaludato in quello stesso stagno della politica nel quale si sono dibattuti senza esiti significativi gli esecutivi della pomposamente e frettolosamente denominata Seconda Repubblica. La lettura del disegno di legge conferma la mia impressione che nel nostro Paese una sola forza sia sempre in minoranza, il riformismo, assediato da un coacervo impressionante di resistenze incrociate che non hanno per nulla a cuore gli interessi del Paese e molte volte nemmeno di chi formalmente sostengono di rappresentare.

Il prezzo pagato a queste forze è la conservazione dei totem irrinunciabili di un mercato del lavoro asfittico, ovvero il mito del contratto a tempo indeterminato e il mantenimento della discrezionalità dei giudici del lavoro sulle scelte delle imprese. A questi totem, saranno sacrificati sostanzialmente i giovani che ancora non sono entrati nel mercato del lavoro, senza nemmeno la vera tutela degli insider che certo non potranno difendersi dalla crisi sventolando la forma dei loro rapporti di lavoro.

Ne escono vincitori, in sostanza, quei sindacalisti che aspirano a un ruolo politico e quelle forze interne al Pd che continuano ad avere come proprio vero nemico più il riformismo che il conservatorismo della destra. Ne esce sconfitta ancora una volta l’impresa, che emerge sempre nell’immaginario costruito (anche da media compiacenti) come un’entità priva di responsabilità, dedita solo allo sfruttamento dei lavoratori e in sostanza un corpo estraneo della vita politica e sociale del Paese.

Ci sono diverse riflessioni, di tono tendenzialmente amaro che si possono fare, ma una è che non è un caso, visto che per l’ennesima volta i tecnici sono esperti di tutto tranne che di impresa e di lavoro nei luoghi in cui si origina e si interpreta. L’assenza dell’impresa nelle scelte politiche e tecniche è uno dei mali maggiori di questo Paese, affidato a economisti e giuristi del tutto incapaci di cogliere le implicazioni della realtà.